(Italiano) Nessuno tocchi la Fiera

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La Fera ô Luni  di Catania agli inizii del secolo XX.

La Fera ô Luni di Catania agli inizii del secolo XX (dal Web).

Come abbiamo più volte specificato, questo sito non si occupa di attualità. Tuttavia, essendo il nostro primario interesse quello di divulgare l’amore per la cultura catanese – quella autentica – non possiamo esimerci dal ragionare sulla sorte dei nostri beni culturali, anche immateriali, in tempi di Covid-19.

In vista dell’allentamento delle misure contro il Covid-19 ho seguito con apprensione i progetti di riapertura dei due mercati storici di Catania (Fera ô Luni e Piscaria), conditi da rivelazioni amaramente comiche, come la difficoltà a gestirne gli accessi in assenza di un numero congruo di transenne nei magazzini comunali (!), ed ho appreso dalla stampa dell’assurdo progetto di “spostamento” della Fiera in Piazza Spedini, davanti allo stadio. Grazie a Dio la Pescheria (ribattezzata “mercato del pesce” da qualche giornalista toscaneggiante) si è salvata a priori, e per fortuna l’idea di spostare la Fiera è rientrata dopo l’intervento provvidenziale dei rappresentanti degli imprenditori interessati, vergognosamente attaccati tutto l’anno, con atteggiamento di intollerabile arroganza, da certo pseudo-giornalismo da social network: a leggere questi scandalisti sembra quasi che il commercio tradizionale, quello che consente a centinaia di famiglie di lavorare onestamente ed a tutti i catanesi di acquistare prodotti genuini a prezzi adeguati, debba soccombere in favore della grande distribuzione, che in questi giorni sta facendo affari d’oro sulla pelle dei siciliani proprio grazie alla chiusura dei mercati storici. Peraltro, secondo un copione già noto, in queste ore stanno girando sui social le solite affermazioni false e venate del tipico provincialismo nostrano (l’erba del vicino, si sa, è sempre più verde): l’ultima, che non saprei come qualificare, è che “solo a Catania” ci sarebbe un mercato in pieno centro! Allego la mappa delle decine di mercati di strada di Milano per dimostrare il livello medio di queste pedestri mitologie, a prescindere dall’esigenza eventuale di prendere a esempio i meneghini, i quali – udite udite! – frequentano i mercati come noi, ed hanno gli stessi identici problemi di pulizia dopo il loro smontaggio, solo che non ne fanno una tragedia. Ma si sa che i siciliani odiano se stessi, ed ormai l’autorazzismo è una moda radicata, perché “fuori” è sempre meglio, anche quando l’imparziale occhio di Google ci premia come più virtuosi d’Italia nell’osservanza della quarantena contro il Coronavirus.

Non entro nel merito delle esigenze di profilassi antivirotica nella modulazione delle riaperture, ma a prescindere dall’epidemia è chiaro che uno spostamento del genere sarebbe stato distruttivo per l’economia del centro storico, oltre a denotare l’assoluta ignoranza della geografia urbana, essendo collocata piazza Spedini in tutt’altro luogo; inoltre i catanesi veraci non possono che leggervi un pericolosissimo precedente, che avrebbe rischiato di uccidere il mercato, qualora mai fosse divenuta definitiva quella che veniva presentata come una soluzione solo temporanea. È opportuno quindi riflettere sulla gravità di queste proposte, e sulle cause che possono mai portare anche solo a concepire una simile scelta suicida, a prescindere dal giudizio sulle intenzioni, che non mi interessa.

Lo spostamento, infatti, sarebbe sempre intollerabile, perché la Fiera è il vero mercato di Catania, intimamente legato al centro storico, di cui ha subito le sorti fin dal Medioevo, sopravvivendo al cataclisma del 1693 e trovando in fine la sua sede naturale, dagli inizii del XIX secolo, in piazza Carlo Alberto (già del Carmine), quasi modellata urbanisticamente per consentirne l’esistenza. La sua rilevanza turistica attuale è incalcolabile (è una meta fissa e a volte primaria dei tour cittadini) ed il suo valore culturale irripetibile. Parliamo di un patrimonio immateriale, figlio della Storia, che rischia in ogni momento di venire travolto dagli interessi speculativi di chi vorrebbe ridurre il centro storico di Catania ad asettico salottino alto-borghese, in cui la veracità della cultura popolare è stolidamente vilipesa e sostituita da esosi bistrot e spacci di alcolici, identici e confondibili con quelli del resto d’Europa.

Lo spostamento della Fiera quindi, ardisco a dire, avrebbe creato una situazione del tutto analoga, dal punto di vista sociale, a quella generata storicamente dal grottesco sventramento del San Berillo, in séguito al quale una parte notevole della Catania popolare fu deportata fuori dal centro storico per lasciare il posto a lussuosi appartamenti per l’alta società ed a faraoniche sedi di rappresentanza per banche ed assicurazioni. Si tratta, evidentemente, di una responsabilità storica che nessuno dovrebbe assumersi, tanto meno in nome di insipienti filosofie radical-chic infette in realtà da pregiudizii ottocenteschi, e ben rappresentate dal mantra della “riqualificazione”, dove “riqualificare” significa desertificare e creare spazii vuoti d’identità e di tradizione, facilmente aggredibili dalle mode consumistiche che favoriscono solo gli interessi delle oligarchie locali, talora ben mascherate dietro finti movimenti d’opinione.

Poiché l’ipotesi dello spostamento è stata proposta così alla leggera, essendo io un catanese i cui antenati (in ben altre epoche) erano eleggibili alla mastra nobile, non posso che farmi qualche domanda: ma il Signor Sindaco ed i suoi assessori hanno idea della geografia urbana di Catania? Ne conoscono la Storia, e ne sanno apprezzare le dinamiche socio-culturali come dovrebbe saper fare un catanese, a maggior ragione un amministratore catanese? La risposta che mi do è assolutamente negativa, come confermano certe scelte paradossali, che nessun catanese avrebbe mai compiuto, tra cui – solo per citare le più incredibili – il ridicolo “esperimento” (già assurdo ab origine, e miseramente fallito) di far passare il traffico veicolare da via Etnea al livello della Collegiata; la mancata riapertura della fermata metropolitana “Porto”, che è la vera fermata del centro storico, ed è stata eliminata alla chetichella; o, dulcis in fundo, l’inutile chiusura al traffico dello spazio antistante San Nicolò l’Arena, dove le macchine sono state spostate solo di qualche metro e costrette allo slalom nella stessa piazza Dante, semplicemente perché non esiste altro modo di raggiungere le strade adiacenti! La proposta di spostare la Fiera non giunge quindi isolata, e purtroppo, viene da osservare, in questa generale mancanza di cultura patria – per non adoperare altre espressioni – sono già incappate altre autorità della Catania contemporanea: qualcuno ricorda il folle caso dell’asfalto sul sagrato della Cattedrale, “scoperto” dalla Soprintendenza a decenni di distanza dalla sua collocazione? Parliamo di una vera e propria fake news, da me smascherata in un intervento qui su Markaliotru (poi ripreso pari pari da alcune testate giornalistiche), che dimostra il livello medio degli amministratori catanesi, di tutte le amministrazioni e di tutti i partiti.

Non vado oltre, perché nulla ho di personale né di politico contro la giunta Pogliese. Solo desidererei un rispetto maggiore per la millenaria essenza vitale della mia città patria, che vorrei restasse intatta per le generazioni future al di là delle contingenze dell’attuale basso impero in cui siamo costretti a vivere.

Luigi Gennaro

(Italiano) Catania allagata: una testimonianza datata 1557

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marina

I recenti allagamenti avvenuti a Catania hanno riportato all’attenzione dei cittadini uno dei cronici problemi del nostro territorio, troppo sbrigativamente ricondotto ad inveterate inefficienze delle amministrazioni comunali, quando non addirittura a pretesi effetti del cambiamento climatico. Eppure basta una sommaria ricerca storica per scoprire che Catania da sempre patisce rovinosi nubifragi, ben attestati fin da epoche remote, e capaci di rendere puntualmente impraticabili molte aree della città. La zona più famigerata fino a un secolo fa era probabilmente quella detta “u mpracchiu“, toponimo che indicava la via San Gaetano alle Grotte e le zone adiacenti, oggi irriconoscibili in séguito allo sventramento del San Berillo; ivi con le piogge l’acqua creava una sorta di gurna o laghetto, che addirittura obbligava i residenti a servirsi di una barchetta per traghettare da un lato all’altro della strada. Nel tentativo maldestro di risolvere il problema, nel secondo ‘800 il Comune tentò di livellare le strade per evitare i ristagni, creando danni ben maggiori: intere aree, come il quartiere Rinazzu e la salita di Sangiuliano, finirono sotterrate da metri di detriti (il dislivello è ancor oggi visibile, nel primo caso, in via Santa Filomena), mentre altrove, ad esempio nella zona di Piazza Manganelli, la strada fu abbassata lasciando scoperte le fondamenta dei palazzi e delle chiese, col risultato che quella di Santa Teresa rimase collocata a diversi metri sopra la carreggiata. L’effetto complessivo fu disastroso, sia perché troppo tardi furono denunciati i limiti del progetto, falsato dalle difficoltà tecniche dell’epoca, sia perché restava irrisolvibile la causa primaria, cioè le improvvise piogge torrenziali catanesi. A quel punto l’unica soluzione rimase il collocamento di alcuni ponti in ferro nei punti più soggetti agli allagamenti, come la via Coppola e la via Rapisarda, il cui incrocio divenne “u punti” per eccellenza, finendo immortalato anche nelle vivide immagini poetiche di Nino Martoglio.

Fin qui la sbiadita memoria tramandata dagli spazii urbani, mentre giace totalmente dimenticata quella custodita dalla nostra letteratura. E così scopriamo che in un celebre codice custodito presso le nostre Biblioteche Riunite Civica e A. Ursino-Recupero, contenente una Cronaca siciliana del secolo XVI (edito a Palermo nel 1902), è narrato con dovizia di particolari uno dei primi nubifragi di cui i catanesi possano avere memoria, occorso addirittura il 2 Novembre 1557. Vale forse la pena lasciar parlare questa antica fonte per riconoscere nella sua testimonianza qualcosa di simile alle nostre recenti esperienze:

Casus successus in civitate Cathaniae aque pluvialis.
Item etiam notandum est qualiter in anno predicto indictionis 1557 de mense novembris die vero secundo mensis eiusdem, in la cità di Cathania ad hura di li quattordichi huri vel circa uno mirabili tempo di acqua et tantu forti chi quasi si vidia cadiri cum li quartari, et durao per spacio di huri quatro vel circa, et fu tanta streminata la lavina chi vinni di la banda di la strata di la Concordia fori di la cita, chi discorrendo roinao multi murammi di alcuni ecclesii chi su in dicta strada […] Da poi ruppi uno muro et l’acqua tirao verso lu chiano di sancta Maria di la Grutta, et tanto allagao chi la dicta ecclesia cum tucto lo porticato chi non pariano si non lu tecto di tucto di dicta ecclesia [?]; et dicta ecclesia cum lu catoyo di lo palacso chi è allato erano tucti chini, et la gurna era tanta china chi quasi venia girando per uno loco di lu fossato chi è appresso la porta chamata di Yaci per intrari intro la cità per dicta porta per undi si venia. Si iudicava fari grandissimo danno di casi et robi, ma di persuni non havirrà facto danno perchì fu di iorno; ma comu plachio a nostro signore Idio et a la gloriusa Nostra Donna et a sancta Agatha, nostra compatriota et advocata, l’acqua di lo celo cessao […] et nota chi la lavina chi fu in la citati chi trascurri di la Trixini verso la porta di li Canali fu tanta grandi chi misi una gran pagura a tucta la cità chi si aiuntava cum la lavina chi veni di lu planu di l’Etna et paria uno vero impetu di xumi tenebrusu. Multi potigi di la una strata et di l’altra incherosi di acqua et fuchi poco danno per esseri stato di iorno.

La “strata di la Concordia” si trovava grossomodo all’incrocio tra la via Sant’Euplio ed il viale Regina Margherita, per aprire il quale, l’anno 1882 , fu abbattuta la chiesa omonima (è rimasta, in memoria, una cappelletta privata in via S. Euplio). Invece il “chiano di sancta Maria di la Grutta” corrisponde all’attuale area del Carmine, cioè precisamente alla già nominata chiesetta di San Gaetano alle Grotte, da cui l’acqua (dopo aver invaso il catoyo o cantina d’un palazzo vicino) si era incanalata dentro la porta di Aci, collocata grossomodo all’altezza del civico 144 di via Etnea, l’angolo di Palazzo Mannino che guarda a Piazza Stesicoro. La lavina o valanga d’acqua aveva quindi percorso tutta la città attraverso le strade interne, penetrando l’attuale via Manzoni fin’oltre il piano “di la Trixini” (piazza San Nicolella), e poiché all’epoca, prima del terremoto del 1693, questa strada non era interrotta né dalla Collegiata né dal palazzo dell’Università, ma continuava fino alla Pescheria, era giunta ad infrangersi violentemente sul bastione della Porta dei Canali o di Carlo V. Impressionante la precisazione secondo cui il nubifragio era accresciuto dalla “lavina chi veni di lu planu di l’Etna“, segno che già all’epoca la città raccoglieva le acque provenienti dalla parte alta del territorio urbano, verso il tondo Gioeni e oltre.

Certo questo documento non è particolarmente d’aiuto nel risolvere il problema, ma ci conferma che non siamo soli: prima di noi i nostri antenati hanno affrontato peripezie simili alle nostre, e forse questo deve spingerci ad essere meno severi nel giudicare i nostri tempi, mentre lavoriamo per creare un futuro migliore.

Luigi Gennaro

(Italiano) La bufala dell’asfalto in Cattedrale ed il click-baiting

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La piazzola asfaltata vista da Bing Maps, nella posizione in cui si trova da svariati decenni.

Il nostro sito non costituisce testata giornalistica né si interessa minimamente di cronaca, ma quale spazio virtuale di approfondimento storico-artistico è luogo adatto a discutere i problemi, anche sociali, del rapporto tra la città e i suoi monumenti.

In prossimità delle feste agatine il click-baiting su facebook si scatena: non contenti di aver già diffamato la città più volte attraverso scandali che tali non erano (di cui alcuni sfociati, a torto o a ragione, in procedimenti penali), o di aver ingigantito situazioni prive di qualsivoglia interesse, grazie ad alcuni zelanti cronisti internauti oggi abbiamo scoperto lo “scempio” dell’asfalto sul sagrato della Cattedrale di Catania. Continue reading

(Italiano) I misteri di Santa Maria della Rotonda

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Chiesa della Rotonda – Ingresso.

Un ringraziamento ai sigg. M.° Salvo Domina e Marcello Maugeri per aver concesso l’uso di due immagini presenti nell’articolo (v. didascalie).

La chiesa della Rotonda, da metà Settecento ribattezzata Terme della Rotonda (benché per oltre un millennio ben altra sia stata la sua destinazione d’uso), è probabilmente il monumento più intrigante di Catania, e senza dubbio la sintesi di tutto il processo evolutivo della città, dall’epoca Romano-Imperiale ai bombardamenti della II Guerra Mondiale, da cui scampò miracolosamente. Attualmente la struttura è oggetto di imponenti lavori di scavo e restauro, operazioni che culmineranno – a fine 2015 – con la possibilità di poter leggere le relazioni di nuovi studii sulla sua struttura originale; in attesa di tali attesissimi sviluppi, non è fuori luogo fare il punto della situazione, benché in maniera molto approssimativa, riguardo quel che della Rotonda già si conosce e si apprezza.

Attualmente la chiesetta si presenta con forma sostanzialmente squadrata esternamente, e circolare internamente. Le condizioni non sono buone sia per la vetustà delle murature che per maldestri restauri “recuperativi” operati nell’immediato dopoguerra, quando fu sbancata l’area antistante già occupata dalla chiesa della Cava, letteralmente disintegrata dai bombardamenti alleati. Quel che si vede è, in breve, una sorta di collage incomprensibile e fascinoso di frammenti provenienti da epoche diverse: l’esterno apparentemente d’età imperiale, come le aree circostanti, racchiude un interno che sembra esser stato almeno rimaneggiato (se non del tutto ricostruito) in età bizantina, periodo cui appartengono anche alcuni frammenti di affresco; il resto è frutto di aggiunte posteriori: una merlatura normanna fa il paio con una porta ad ogiva (che potrebbe benissimo essere anche araba, per quanto se ne sappia, ma per alcuni è duecentesca), l’ingresso ed alcuni affreschi risalgono ad epoca successiva (rinascimentale e barocca), alcuni brandelli sono forse più vecchi di circa tre secoli, ed un’aggiunta moderna è costituita da piccole piattaforme ed opere di contenimento che rendono oggi più fruibile la struttura. Continue reading

(Italiano) Il giorno in cui perdemmo il mare: aspirazioni per la Marina di domani.

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marina

Il porto di Catania nel 1860 (Levy-Nerenstein, part.). La porta del Porticello, vicino palazzo Biscari, fu demolita silenziosamente in quegli anni; alcuni frammenti si trovano al Castello Ursino.

Un riconoscimento particolare merita la pagina Facebook Catania sparita,  

da cui provengono le bellissime immagini storiche presenti in questo articolo.

Inauguriamo oggi una nuova sezione di Markaliotru.it, dedicata all’urbanistica. Ovviamente non siamo architetti, né possiamo credere di aver voce in capitolo riguardo gravi problemi di riorganizzazione dello spazio urbano. Però la questione – tutt’altro che piacevole – della mobilitazione popolare contro i folli abbattimenti previsti dal raddoppio degli archi della marina ha da un lato dimostrato la necessità di dare spazio alle proposte della popolazione, e dall’altro di dover ripensare certe folli scelte del passato. Certamente non pretendiamo di tracciare quadri storici completi, né di offrire proposte in toto ragionevoli; ma se – anche con la scusa delle valutazioni dell’impatto economico delle proposte – ci priviamo del diritto a sognare, quel che perdiamo è lo stesso diritto al futuro. Continue reading