Nessuno tocchi la Fiera

La Fera ô Luni  di Catania agli inizii del secolo XX.

La Fera ô Luni di Catania agli inizii del secolo XX (dal Web).

Come abbiamo più volte specificato, questo sito non si occupa di attualità. Tuttavia, essendo il nostro primario interesse quello di divulgare l’amore per la cultura catanese – quella autentica – non possiamo esimerci dal ragionare sulla sorte dei nostri beni culturali, anche immateriali, in tempi di Covid-19.

In vista dell’allentamento delle misure contro il Covid-19 ho seguito con apprensione i progetti di riapertura dei due mercati storici di Catania (Fera ô Luni e Piscaria), conditi da rivelazioni amaramente comiche, come la difficoltà a gestirne gli accessi in assenza di un numero congruo di transenne nei magazzini comunali (!), ed ho appreso dalla stampa dell’assurdo progetto di “spostamento” della Fiera in Piazza Spedini, davanti allo stadio. Grazie a Dio la Pescheria (ribattezzata “mercato del pesce” da qualche giornalista toscaneggiante) si è salvata a priori, e per fortuna l’idea di spostare la Fiera è rientrata dopo l’intervento provvidenziale dei rappresentanti degli imprenditori interessati, vergognosamente attaccati tutto l’anno, con atteggiamento di intollerabile arroganza, da certo pseudo-giornalismo da social network: a leggere questi scandalisti sembra quasi che il commercio tradizionale, quello che consente a centinaia di famiglie di lavorare onestamente ed a tutti i catanesi di acquistare prodotti genuini a prezzi adeguati, debba soccombere in favore della grande distribuzione, che in questi giorni sta facendo affari d’oro sulla pelle dei siciliani proprio grazie alla chiusura dei mercati storici. Peraltro, secondo un copione già noto, in queste ore stanno girando sui social le solite affermazioni false e venate del tipico provincialismo nostrano (l’erba del vicino, si sa, è sempre più verde): l’ultima, che non saprei come qualificare, è che “solo a Catania” ci sarebbe un mercato in pieno centro! Allego la mappa delle decine di mercati di strada di Milano per dimostrare il livello medio di queste pedestri mitologie, a prescindere dall’esigenza eventuale di prendere a esempio i meneghini, i quali – udite udite! – frequentano i mercati come noi, ed hanno gli stessi identici problemi di pulizia dopo il loro smontaggio, solo che non ne fanno una tragedia. Ma si sa che i siciliani odiano se stessi, ed ormai l’autorazzismo è una moda radicata, perché “fuori” è sempre meglio, anche quando l’imparziale occhio di Google ci premia come più virtuosi d’Italia nell’osservanza della quarantena contro il Coronavirus.

Non entro nel merito delle esigenze di profilassi antivirotica nella modulazione delle riaperture, ma a prescindere dall’epidemia è chiaro che uno spostamento del genere sarebbe stato distruttivo per l’economia del centro storico, oltre a denotare l’assoluta ignoranza della geografia urbana, essendo collocata piazza Spedini in tutt’altro luogo; inoltre i catanesi veraci non possono che leggervi un pericolosissimo precedente, che avrebbe rischiato di uccidere il mercato, qualora mai fosse divenuta definitiva quella che veniva presentata come una soluzione solo temporanea. È opportuno quindi riflettere sulla gravità di queste proposte, e sulle cause che possono mai portare anche solo a concepire una simile scelta suicida, a prescindere dal giudizio sulle intenzioni, che non mi interessa.

Lo spostamento, infatti, sarebbe sempre intollerabile, perché la Fiera è il vero mercato di Catania, intimamente legato al centro storico, di cui ha subito le sorti fin dal Medioevo, sopravvivendo al cataclisma del 1693 e trovando in fine la sua sede naturale, dagli inizii del XIX secolo, in piazza Carlo Alberto (già del Carmine), quasi modellata urbanisticamente per consentirne l’esistenza. La sua rilevanza turistica attuale è incalcolabile (è una meta fissa e a volte primaria dei tour cittadini) ed il suo valore culturale irripetibile. Parliamo di un patrimonio immateriale, figlio della Storia, che rischia in ogni momento di venire travolto dagli interessi speculativi di chi vorrebbe ridurre il centro storico di Catania ad asettico salottino alto-borghese, in cui la veracità della cultura popolare è stolidamente vilipesa e sostituita da esosi bistrot e spacci di alcolici, identici e confondibili con quelli del resto d’Europa.

Lo spostamento della Fiera quindi, ardisco a dire, avrebbe creato una situazione del tutto analoga, dal punto di vista sociale, a quella generata storicamente dal grottesco sventramento del San Berillo, in séguito al quale una parte notevole della Catania popolare fu deportata fuori dal centro storico per lasciare il posto a lussuosi appartamenti per l’alta società ed a faraoniche sedi di rappresentanza per banche ed assicurazioni. Si tratta, evidentemente, di una responsabilità storica che nessuno dovrebbe assumersi, tanto meno in nome di insipienti filosofie radical-chic infette in realtà da pregiudizii ottocenteschi, e ben rappresentate dal mantra della “riqualificazione”, dove “riqualificare” significa desertificare e creare spazii vuoti d’identità e di tradizione, facilmente aggredibili dalle mode consumistiche che favoriscono solo gli interessi delle oligarchie locali, talora ben mascherate dietro finti movimenti d’opinione.

Poiché l’ipotesi dello spostamento è stata proposta così alla leggera, essendo io un catanese i cui antenati (in ben altre epoche) erano eleggibili alla mastra nobile, non posso che farmi qualche domanda: ma il Signor Sindaco ed i suoi assessori hanno idea della geografia urbana di Catania? Ne conoscono la Storia, e ne sanno apprezzare le dinamiche socio-culturali come dovrebbe saper fare un catanese, a maggior ragione un amministratore catanese? La risposta che mi do è assolutamente negativa, come confermano certe scelte paradossali, che nessun catanese avrebbe mai compiuto, tra cui – solo per citare le più incredibili – il ridicolo “esperimento” (già assurdo ab origine, e miseramente fallito) di far passare il traffico veicolare da via Etnea al livello della Collegiata; la mancata riapertura della fermata metropolitana “Porto”, che è la vera fermata del centro storico, ed è stata eliminata alla chetichella; o, dulcis in fundo, l’inutile chiusura al traffico dello spazio antistante San Nicolò l’Arena, dove le macchine sono state spostate solo di qualche metro e costrette allo slalom nella stessa piazza Dante, semplicemente perché non esiste altro modo di raggiungere le strade adiacenti! La proposta di spostare la Fiera non giunge quindi isolata, e purtroppo, viene da osservare, in questa generale mancanza di cultura patria – per non adoperare altre espressioni – sono già incappate altre autorità della Catania contemporanea: qualcuno ricorda il folle caso dell’asfalto sul sagrato della Cattedrale, “scoperto” dalla Soprintendenza a decenni di distanza dalla sua collocazione? Parliamo di una vera e propria fake news, da me smascherata in un intervento qui su Markaliotru (poi ripreso pari pari da alcune testate giornalistiche), che dimostra il livello medio degli amministratori catanesi, di tutte le amministrazioni e di tutti i partiti.

Non vado oltre, perché nulla ho di personale né di politico contro la giunta Pogliese. Solo desidererei un rispetto maggiore per la millenaria essenza vitale della mia città patria, che vorrei restasse intatta per le generazioni future al di là delle contingenze dell’attuale basso impero in cui siamo costretti a vivere.

Luigi Gennaro

Chiesa della Rotonda: il nulla contro la Storia.

12170733_1197683880258668_1988914440_nAi restauri della Chiesa avevo dedicato un articolo ben prima che fossero ultimati, accessibile qui.
Ci fu un tempo in cui, da bambino (oltre 20 anni fa), venivo portato periodicamente dal nonno, tenuto stretto per la manina, tra le sale del Castello Ursino. All’epoca il monumento era in condizioni che definire pessime è poco: il pavimento in finto cotto si sgretolava sotto i piedi, le collezioni esposte si riducevano ad un pugno di reperti ammassati alla rinfusa ed i custodi, che sembravano più degli annoiati guardiani di pietre, se ne stavano appollaiati all’ingresso, sulla destra, dietro un tavolone che sembrava una cattedra scolastica. Per me la visita al Castello era una gioia immensa: ricordo un grosso mosaico tutto frammentato ed appeso al muro in cui si intravedeva un leone, testoline di marmo e terracotta che sembravano giocattoli vecchi di un paio di millenni, e poi c’erano i vasi, nerissimi e grotteschi, con quelle gorgoni alate, l’orto delle esperidi con un drago che sembrava un serpentone e, in un angolo del giardino, pure una grossa colonna quadrangolare in due pezzi che qualcuno mi raccontava essere un obelisco in pietra lavica. Su tutto quel delizioso sfacelo vigilava, nella sua opaca grandezza, il Principe Ignazio, vestito da antico romano, ed ogni volta facevo notare al nonno che l’indice della mano gli si era rotto, e qualcuno gliel’aveva riattaccato con una barretta di ferro.
Oggi se volessi portare mio nipote, figlio di mia cugina e non catanese, a rivivere quelle esperienze, non potrei. Il Castello è stato restaurato, le collezioni esposte (pur con enormi mancanze) sono aumentate, adesso i custodi hanno un bel bancone nella prima sala e addirittura si tengono mostre patrocinate da Sgarbi; purtroppo però “ai tempi miei” (in temporibus illis, davvero) i catanesi non pagavano per entrare, mentre adesso (complice un’applicazione che trovo becera della normativa comunitaria) si paga eccome, eccetto le prime domeniche del mese, ma solo ove il Ministro sia riuscito a fare applicare questo beneficium ex imperio principis. Domenica, quindi con “personale ridotto”, come qualche tempo fa mi biascicava annoiata un’impiegata regionale caffé-munita, mentre si sedeva nella guardiola del Teatro Greco-Romano: “venga un altro giorno, oggi qui, là e là non si può entrare, ma può passeggiare un po’ dove vuole. E stia attento ai gatti”. Si, perché a Catania i gatti sono mantenuti come principini nei monumenti storici, quasi fossero reincarnazioni del dio egizio Bastet, loro non pagano, ma io si.
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Fino a poco tempo fa l’ultima oasi era la Chiesa della Rotonda, che una risalente storiografia si ostinava a chiamare “terma”, mentre ormai è certo che si tratti di una grandiosa struttura bizantina. Fino alla Guerra vi si diceva Messa, chi desiderava entrava, aggratis e con pietà cristiana, in un immobile publicus quia publica est ecclesia; poi il disastro di un intervento archeologico maldestro, il pavimento sfondato, le pareti scrostate, un monumento vivo ridotto in pochi anni ad una rovina, uno stanzone che una volta aveva una funzione, ed ora è solo una grotta di pietre sconnesse.
Venne in soccorso un’associazione, che presa in carico aggratis la struttura, aggratis la faceva visitare: vi entrammo a migliaia, e molte volte. Mi sentivo di nuovo bambino, nel girovagare libero tra i frammenti della mia Storia, toccando le pietre costruite dai miei antenati, andando a sbirciare, con reverenziale timore, l’austero ritratto bizantino di San Leone il Taumaturgo, incombente da un arcone, provando ad evitare, per una sorta di filiale rispetto, d’incrociarne gli occhi, dal vago taglio orientale, come ad orientem tutta guardava la Catania bizantina, patronato d’una Santa amatissima dal nome greco.
Oggi anche la Rotonda è in migliori condizioni: è stato completato finalmente lo sventramento di un nugolo di casupole ottocentesche mezze fradice che la opprimevano a Settentrione, e ne uscirono nuove aree di frequentazione romano-bizantina, addirittura residui minimali (ma pur presenti) d’un’antichissima frequentazione preistorica. Una novità antica, un’esperienza unica che il nostro secolo ci permette di vivere… eh no, a qualcuno non va bene. Che vuole questa associazione, che fino a poco tempo fa mi permetteva di portare addirittura quattro amici alla volta a visitare quel meraviglioso monumento? Manca una carta bollata, o forse un timbro, o forse un funzionario oggi ha aperto un cassetto, e n’è uscito un codicillo del milleottocento che dice che no, queste cose non si fanno! Aprire volontariamente un monumento? E non scomodare qualche impiegato regionale, semmai proprio quello che derubò il Parco Archeologico di Catania di tutti gli incassi, e di cui non si sa se sia stato licenziato o meno, e venne trasferito lì per lì alla Biblioteca Regionale? Non pagare straordinarii? Non far pagare poi, a questi pollastri che ancora hanno voglia d’imparare qualcosa, 5, 6 euro di biglietto per vedere un muro, oltre alla faccia stanca d’un custode che mastica una gomma americana?
Caro nipote, lasciamo stare. La Chiesa della Rotonda adesso è chiusa, e speriamo lo resti, perché se devono far pagare anche là, siamo arrivati davvero alla frutta. A Palermo ci lamentammo perché, con un fiore in mano ed una prece in pro dell’anima dell’Imperatore Federico, ci fu chiesto di pagare. Pagare per omaggiare un morto! A quando 1€ per il bacio d’una reliquia? Adesso anche suo nipote, Federico l’Aragonese, è diventato suo malgrado una fonte di guadagno per il Capitolo della Cattedrale di Catania. Non possiamo conoscere la sua reazione, dal Paradiso perdonerà. Ma suo nonno, dal più puro misto di sangue normanno-teutonico, avrebbe tirato fuori la spada, ed avremmo visto i nostri amministratori scappare via come i mercanti dal Tempio.
Luigi Gennaro

Le campane di Catania: un concerto lungo 500 anni.

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Uno dei bronzi della Badia di Sant’Agata.

Oggi 19 Marzo 2016 il compositore Lloren Barber eseguirà un grandioso concerto per campane e sirene che coinvolgerà molte delle campane cittadine, religiose e civili. Le campane sono piccoli monumenti di cui spesso non conosciamo nulla, in alcuni casi hanno età superiori ai quattro secoli, e sono resistite ai più impensabili cataclismi, come il Campanone della Cattedrale che fu ripescato, nel 1693, dall’acqua del porto dov’era precipitato in séguito al crollo del colossale campanile della Cattedrale, alto oltre 90 metri. Tra tutte il Campanone ha tradizionalmente affascinato i catanesi per la bellezza del suono, favorito – si dice – dall’oro e dall’argento che i catanesi gettarono nel crogiuolo nel timore che il bronzo non bastasse, nonché per la bella intonazione (in letteratura si parla di Do naturale, ma attualmente sembra essere un Si naturale, forse non tanto per la fisiologica alterazione dell’oggetto, quanto per l’innalzamento del diapason dal 1614 in qua). Continue reading

La merda, l’asfalto e Edipo

Siamo costretti a tornare a trattare fatti di cronaca, con decisione che forse turberà qualcuno, per ribadire il dovere dei catanesi di essere presenti a sé stessi.

Apprendiamo dai quotidiani catanesi della profanazione dell’altare pubblico seicentesco dedicato a Sant’Agata, nel luogo da cui le reliquie salparono verso Costantinopoli, comparso stamane del tutto imbrattato di feci. Appare superfluo e forse inopportuno commentare lo schifo che genera la notizia, e verrebbe quasi da prendere l’esempio dai napoletani, che – a fronte del preteso “declassamento” di San Gennaro – gli dedicarono un memorabile graffito: San Gennà, futtetenne! Si, probabilmente la Giustizia Divina se ne fotte, ma noi no, non possiamo e, per dirla con Pio VII, non dobbiamo fottercene, non dopo che è stata ampiamente dimostrata l’inarrestabile tendenza a demolire la nostra cultura in nome della merda, intesa nel senso figurato di escremento, quale il ciarpame indifferentista diffuso dai varii establishment politico-culturali contemporanei. Quella che è senza dubbio l’opera di uno squilibrato, probabilmente neanche catanese, su cui senz’altro si dovrà fare chiarezza nelle sedi opportune, nasconde proprio l’allarmante incapacità di difendere la nostra essenza culturale, e di riaffermarla con forza e vigore: Sant’Agata non è una figura unicamente religiosa, ma anche intrinsecamente civile, rappresenta la società catanese senza distinzione di credo fin dal III secolo, come conferma un singolare inciso presente negli atti Latini, dove leggiamo che

Tanto i Giudei, quanto anche tutti Gentili, in comunione con i Cristiani, presero a venerare il suo sepolcro. (Atti di Sant’Agata)

Oggi la situazione è talmente grave che il simbolo più caro dei catanesi è sovente ridotto a modello di arretratezza, di vecchiume, come se potesse esistere un modo di essere catanesi che prescinda dal rispetto sacrosanto per la nostra identità culturale, che su Agata ha fondato la propria aggregazione addirittura andando oltre il credo religioso; e non è un caso se, durante la processione, vengano invitati alla devozione tutti i citadini, e non i soli devoti in senso stretto, cioè coloro i quali per grazia ricevuta vestano il sacco della Santa. Piuttosto, il culto della Santa rappresenta una forma di filiale rispetto per una figura che incarna i valori positivi della comunità, il cui esempio non solo supera le barriere del tempo, ma è capace di aiutare, non solo spiritualmente, a superare le gravi problematiche del presente anche a prescindere dall’adesione al culto cristiano, che, per sua natura, necessita di ben più ampia comprensione. Agata, serva di Cristo, come imitatrice di Cristo parla indistintamente a tutti, e l’offesa rivolta alla sua immagine ci tocca tutti.

Anche per la Festa quest’anno, però, avremo a che fare con un’amministrazione comunale del tutto incapace anche solo di organizzare la pulizia delle strade ed il controllo della folla, al punto da prevedere la solita ordinanza balorda contro l’uso dei cerei devozionali, la quale verrà prontamente disattesa, come ogni anno, e provocherà comprensibili sberleffi da parte di chi, evidentemente contro ogni spirito religioso e civile, gode nel vedere soccombere l’amministrazione pubblica. Quel che conta fin’ora è che l’asfalto in Cattedrale è stato eliminato, ma i soliti noti ora protestano contro il cocciopesto costato il doppio, e un busto di marmo dorato risalente agli inizi del XVII secolo è stato imbrattato di merda. La stessa parola che, con il pittoresco vocabolario contemporaneo, avrebbe esclamato un moderno Edipo dopo essersi accorto di aver ucciso suo padre e sposato sua madre, eliminando le sue origini e profanando quel che resta: l’errore che noi tutti non dobbiamo commettere, per non essere costretti – come lui – a doverci accecare per non vedere lo schifo in cui siamo precipitati.

Luigi Gennaro

La bufala dell’asfalto in Cattedrale ed il click-baiting

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La piazzola asfaltata vista da Bing Maps, nella posizione in cui si trova da svariati decenni.

Il nostro sito non costituisce testata giornalistica né si interessa minimamente di cronaca, ma quale spazio virtuale di approfondimento storico-artistico è luogo adatto a discutere i problemi, anche sociali, del rapporto tra la città e i suoi monumenti.

In prossimità delle feste agatine il click-baiting su facebook si scatena: non contenti di aver già diffamato la città più volte attraverso scandali che tali non erano (di cui alcuni sfociati, a torto o a ragione, in procedimenti penali), o di aver ingigantito situazioni prive di qualsivoglia interesse, grazie ad alcuni zelanti cronisti internauti oggi abbiamo scoperto lo “scempio” dell’asfalto sul sagrato della Cattedrale di Catania. Continue reading

I misteri di Santa Maria della Rotonda

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Chiesa della Rotonda – Ingresso.

Un ringraziamento ai sigg. M.° Salvo Domina e Marcello Maugeri per aver concesso l’uso di due immagini presenti nell’articolo (v. didascalie).

La chiesa della Rotonda, da metà Settecento ribattezzata Terme della Rotonda (benché per oltre un millennio ben altra sia stata la sua destinazione d’uso), è probabilmente il monumento più intrigante di Catania, e senza dubbio la sintesi di tutto il processo evolutivo della città, dall’epoca Romano-Imperiale ai bombardamenti della II Guerra Mondiale, da cui scampò miracolosamente. Attualmente la struttura è oggetto di imponenti lavori di scavo e restauro, operazioni che culmineranno – a fine 2015 – con la possibilità di poter leggere le relazioni di nuovi studii sulla sua struttura originale; in attesa di tali attesissimi sviluppi, non è fuori luogo fare il punto della situazione, benché in maniera molto approssimativa, riguardo quel che della Rotonda già si conosce e si apprezza.

Attualmente la chiesetta si presenta con forma sostanzialmente squadrata esternamente, e circolare internamente. Le condizioni non sono buone sia per la vetustà delle murature che per maldestri restauri “recuperativi” operati nell’immediato dopoguerra, quando fu sbancata l’area antistante già occupata dalla chiesa della Cava, letteralmente disintegrata dai bombardamenti alleati. Quel che si vede è, in breve, una sorta di collage incomprensibile e fascinoso di frammenti provenienti da epoche diverse: l’esterno apparentemente d’età imperiale, come le aree circostanti, racchiude un interno che sembra esser stato almeno rimaneggiato (se non del tutto ricostruito) in età bizantina, periodo cui appartengono anche alcuni frammenti di affresco; il resto è frutto di aggiunte posteriori: una merlatura normanna fa il paio con una porta ad ogiva (che potrebbe benissimo essere anche araba, per quanto se ne sappia, ma per alcuni è duecentesca), l’ingresso ed alcuni affreschi risalgono ad epoca successiva (rinascimentale e barocca), alcuni brandelli sono forse più vecchi di circa tre secoli, ed un’aggiunta moderna è costituita da piccole piattaforme ed opere di contenimento che rendono oggi più fruibile la struttura. Continue reading

Il giorno in cui perdemmo il mare: aspirazioni per la Marina di domani.

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Il porto di Catania nel 1860 (Levy-Nerenstein, part.). La porta del Porticello, vicino palazzo Biscari, fu demolita silenziosamente in quegli anni; alcuni frammenti si trovano al Castello Ursino.

Un riconoscimento particolare merita la pagina Facebook Catania sparita,  

da cui provengono le bellissime immagini storiche presenti in questo articolo.

Inauguriamo oggi una nuova sezione di Markaliotru.it, dedicata all’urbanistica. Ovviamente non siamo architetti, né possiamo credere di aver voce in capitolo riguardo gravi problemi di riorganizzazione dello spazio urbano. Però la questione – tutt’altro che piacevole – della mobilitazione popolare contro i folli abbattimenti previsti dal raddoppio degli archi della marina ha da un lato dimostrato la necessità di dare spazio alle proposte della popolazione, e dall’altro di dover ripensare certe folli scelte del passato. Certamente non pretendiamo di tracciare quadri storici completi, né di offrire proposte in toto ragionevoli; ma se – anche con la scusa delle valutazioni dell’impatto economico delle proposte – ci priviamo del diritto a sognare, quel che perdiamo è lo stesso diritto al futuro. Continue reading

La Chiesa dei Minoriti: un tesoro da scoprire


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La chiesa dei Minoriti, dedicata a San Michele Arcangelo, fu ricostruita dopo il terremoto del 1693 con grande suntuosità, benché oggi sia uno dei monumenti meno considerati della città. Il luogo di culto sorge sulla centralissima via Entnea fra i piazza Università e piazza Stesicoro.

Il Tempio, oltre a contenere le reliquie del Beato Bartolomeo Simorilli (1595-1632), ospita rilevantissime opere d’arte, tra cui un quadro di San Michele Arcangelo, su tavola, del secolo XV, diversi quadri di Guglielmo Borremans (Anversa, 1672 – Palermo, 1744) e di Marcello Leopardi (1750-1795), nonché uno stranissimo crocifisso in marmo, opera dello scultore pontificio Agostino Penna, che per ragioni non comprensibili mostra i piedi del Cristo con un chiodo ciascuno, invece di due. Continue reading

La terrazza della Badia: una grande finestra su Catania

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La Badia di Sant’Agata, grandioso monumento collocato accanto alla Cattedrale, offre un imperdibile panorama sul centro della città di Catania, oggi accessibile al prezzo simbolico di € 3,00.

La Chiesa, opera principalmente del Vaccarini e consacrata nel 1742, dispone infatti di una quantità di terrazze collocate a livelli diversi, raggiungibili attraverso due rampe di scale distinte, da cui è possibile accedere alla migliore prospettiva possibile sull’intero centro storico. L’aspetto più fastidioso è senz’altro raggiungere la vetta, non solo per gli oltre cento gradini da salire, ma soprattutto perché l’ultima rampa, collocata sul primo terrazzo e comunicante con il tamburo della cupola, è a chiocciola e particolarmente impervia, anche se ben illuminata ed areata. Continue reading

Piazza San Francesco di Paola

paolaLa Piazza, dedicata al Santo protettore delle Due Sicilie, è la prima che incontri il turista proveniente dal porto, ed è una delle più amate dagli abitanti del quartiere Civita, il più antico della città.

Oggi la piazza non ha più il colore plurisecolare dell’ultimo Ottocento, quando per ragioni igieniche fu abbattuto il bastione rinascimentale che la separava dalla città, aprendo così l’attuale via Salvatore Calì, una delle strade percorse dalla processione di Sant’Agata. Inoltre il convento annesso alla chiesa ha subito un totale rifacimento nel primo Novecento, ed oggi si presenta irriconoscibile; è sede principale della Guardia di Finanza a Catania, in onore della quale è stato anche eretto il monumento presente al centro della piazza. A ciò va aggiunta la criminale costruzione del viadotto ferroviario (dopo il 1860), osteggiata invano dai catanesi, che ha allontanato di diverse centinaia di metri il mare, all’epoca immediatamente raggiungibile dal convento. Continue reading