Sant’Agata: una devozione lunga quasi due millenni / 2

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Seconda puntata dagli Atti di Sant’Agata (trad. L. Gennaro).

Come abbiamo già detto, la presente traduzione non ha alcuna pretesa, se non quella di aiutare i fedeli a conoscere meglio la loro Patrona e Protettrice. Eventuali errori in buona fede sono rimessi alla tollerante benignità del lettore. Le noterelle finali vorrebbero chiarire alcuni passaggi effettivamente un po’ oscuri per il lettore moderno. La scansione seguita è quella stessa del Consoli, che non tiene in conto la distinzione in capitoli.

In questa puntata assistiamo al primo interrogatorio della Santa. Quinziano la fa condurre in secretarium suum, cioè, verrebbe da dire, nel suo studio, ma con un’accezione diversa da come lo intendiamo oggi. Non era possibile compiere certi atti con il concorso del popolo, ed ancora oggi i giudici, in alcuni casi, operano a porte chiuse; a maggior ragione quando l’imputata, come in questo caso, risponde con violenza alle accuse del giudice, al punto da essere richiamata ripetutamente all’ordine, e poi schiaffeggiata. Tra tutte le martiri antiche, Sant’Agata è quella che dimostra più carattere, anzi, in assoluto il carattere più definito. D’altro canto come non notare i tentativi di far ravvedere Quinziano, per condurlo sulla retta via?

Primo Interrogatorio

[S. Agatha varie tentata, alapis cæditur]

24. Tunc iratus Quintianus iussit eam ad secretarium suum adduci, et sedens pro tribunali, hoc initium sermonis arripuit: Cuius conditionis es? 25. B. Agatha respondit: Non solum ingenua, sed ex spettabili genere, ut omnis parentela mea testatur. 26. Quintianus consularis dixit: Et si ingenua probaris et nobilis, cur moribus te servilem personam ostendis? 27. S. Agatha dixit: Quia ancilla Christi sum, ideo me servilem ostendo personam. 28. Quintianus dixit: Certe si ingenua eras et nobilis, quomodo te ancillam esse commemoras? 29. S. Agatha dixit: Summa ingenuitas ista est in qua servitus Christi comprobatur. 30. Quintianus dixit: Quid ergo? Nos ingenuitatem non habemus, qui servitium Christi contemnimus, et deorum culturam sequimur? 31. S. Agatha respondit: Ingenuitas vestra ad tantam captivitatem devenit, ut non solum vos peccati faciat servos, verum etiam lignis et lapidibus faciat obnoxios. [Caput V] 32. Quintianus dixit: Quidquid furioso ore blasfemaveris, pœnæ poterunt vindicare. 33. Dic tamen antequam ad tormenta venias, cur deorum sancta contemnas? 34. S. Agata dixit: Noli dicere deorum, sed dic dæmoniorum. Dæmonia enim sunt isti quorum effigies in æramenta convertitis, quorum marmoreas et gypseas facies inauratis. 35. Quintianus dixit: Elige tibi unum e duobus, quodcunque volueris, consilium: aut diversas pœnas inter damnatitios quasi stulta incurrere; aut quasi sapiens et nobilis, quod te natura dictavit, sacrifica diis omnipotentibus, quos veros deos esse vera divinitas demonstrat. 36. S. Agatha respondit: Sit talis uxor tua, qualis dea tua Venus fuit; et tu sis talis qualis Juppiter deus tuus extitit. 37. Quintianus hoc audiens iussit eam alapis cædi; cui et dixit: In iniuriam Judicis noli temerario ore garrire. 38. S. Agatha respondit: Dixisti deos tuos esse quos vera divinitas demonstrat: sit ergo uxor tua talis ut Venus, et tu ut Juppiter, ut et vos possitis in deorum vestrorum numero computari. 39. Quintianus dixit: Apparet te hoc eligere, ut diversa tormenta sustineas, quæ repetitis me iniuriis tuorum sermonum exagitas. 40. S. Agatha respondit: Miror te virum prudentem ad tantam stultitiam revolutum, ut illos tuos dicas deos esse, quorum vitam non cupias tuam coniugem unitari; et tu dicas tibi iniuriam fieri, si eorum vivas exemplo. 41. Si enim veri dii sunt, bonum tibi optavi, ut talis vita tua sit qualis eorum fuisse perhibetur. Si autem execraris eorum consortium, mecum sentis. 42. Dic ergo eos tam pessimos esse, tamque sordidissimos, ut qui maledicere voluerit aliquem, talem illum optet esse, qualis fuit exacrabilis vita eorum. [Caput VI] 43. Quintianus dixit: Quid mihi verborum superfluus cursus? Aut sacrifica diis, aut variis suppliciis te faciam interire. 44. S. Agatha respondit: Si ferri mihi promittas, audito Christi nomine mansuescent: si ignem adhibeas, de cœlo mihi rorem salvificum Angeli ministrabunt; si plagas et verbera, habeo intra me Spiritum Sanctum, per quem universa tua tormenta despiciam. 45. Tunc Quintianus agitans càput, iussit eam in carcerem tenebrosum recipi, dicens ei: Cogita tecum, et pœnitere, ut possis evadere tormenta horribilia, quæ te fortiter laniabunt. 46. Agatha respondit: Tu minister Satanæ, tu pœnitere, ut possis evadere tormenta perpetua. 47. Tunc Quintianus iussit eam celerius trahi ad carcerem: quia eum voce publica confutabat. 48. Sancta autem Agatha lætissime et glorianter carcerem intravit, et quasi ad epulas invitata, gaudens agonem suum Domino precibus commendabat.

[Sant’Agata, tentata in vario modo, viene presa a schiaffi]

Allora iratosi Quinziano ordinò ch’ella fosse condotta alla sua camera di consiglio, e sedendo per tribunale così prese a parlare: «Di che condizione sei?».

Rispose la Beata Agata: «Non solo sono ingenua[1], ma di illustre famiglia, com’è testimoniato da tutta la mia schiatta[2]».

Quinziano il consolare disse: «E se sostieni d’essere libera, e nobile, perché con i tuoi atteggiamenti mostri un carattere servile?».

Sant’Agata disse: «Perché sono ancella di Cristo, perciò mostro un atteggiamento servile».

Quinziano disse: «In ogni caso, se eri libera e nobile, perché ci tieni a precisare di essere serva?».

Sant’Agata disse: «Somma libertà è questa, in cui si dimostra la servitù a Cristo».

Quinziano disse: «E che, dunque? Noi non abbiamo forse libertà, quelli che disprezziamo la servitù a Cristo, e seguiamo il culto degli dèi?».

Sant’Agata rispose: «La vostra libertà è giunta a tanta schiavitù che non solo vi fa servi del peccato, ma di più schiavi[3] a legni e pietre[4]».

Quinziano disse: «Quel che per folli parole hai detto con intento blasfemo le pene sapranno vendicare! Di’ però, prima che tu giunga ai tormenti: perché disprezzi le statue degli dèi?».

Sant’Agata disse: «Non dire degli dèi, ma di’ dei demòni. Demòni infatti son questi le cui effigi fondete in bronzo, le cui facce di marmo e di gesso indorate».

Quinziano disse: «Scegliti un’ipotesi tra le due, qualunque vorrai: o incorrere in diverse pene nel novero dei condannati come una stolta, o da persona saggia e nobile, qual natura ti fece, sacrifica agli dèi onnipotenti, che la vera natura divina mostra essere veri dèi[5]».

Sant’Agata rispose: «Sia tale tua moglie quale fu la tua dea Venere, e sia tu tale quale fu Giove tuo dio».

Quinziano ciò sentendo ordinò che la si schiaffeggiasse; le disse poi: «Non osare sproloquiare con parole temerarie in offesa al giudice».

Sant’Agata rispose: «Dicesti essere tuoi dèi quelli sì mostrati dalla vera divinità: sia quindi tua moglie come Venere, e tu come Giove, perché anche voi possiate essere annoverati nel numero dei vostri dèi».

Quinziano disse: «Pare che tu questo abbia scelto, di sopportare diversi tormenti, tu che mi aggredisci con le reiterate offese dei tuoi discorsi!».

Sant’Agata rispose: «Mi meraviglio che tu, persona accorta, ti sia ridotto a tanta stoltezza da dire tuoi dèi esseri alla cui condotta non vuoi sia accostata tua moglie, e da dire che ti sarebbe causa di scandalo il vivere a loro esempio. Se infatti sono veri dèi ti ho augurato il bene affinché la tua vita sia tale quale si ritiene fosse la loro. Se però li esecri tutti, la pensi come me. Di’ quindi ch’essi furono così pessimi e scelleratissimi, che chi volesse in futuro maledire qualcuno lo dovrà dire tale quale fu la loro esecrabile condotta».

Quinziano disse: «Perché mi rivolgi un profluvio di parole? Sacrifica agli dèi, o con varii supplizi ti farò perire».

Sant’Agata rispose: «Se mi mandassi alle belve, sentito il Nome di Cristo si ammansirebbero; se mi gettassi al fuoco gli Angeli mi procurerebbero una pioggia salvifica; se m’infliggessi piaghe e percosse, ho in me lo Spirito Santo, per il quale guarderò qualsiasi tuo tormento dall’alto verso il basso».

Al che Quinziano scuotendo il capo ordinò che fosse rinchiusa in una buia prigione, dicendole: «Ragiona, e pentiti, perché tu possa evitare orribili tormenti che ti dilanierebbero fortemente».

Agata rispose: «Tu ministro di Satana, tu pentiti, perché tu possa evitare i perpetui tormenti».

Allora Quinziano ordinò che fosse trascinata al carcere quanto più velocemente possibile, perché ella lo contraddiceva a voce spiegata. Sant’Agata dal canto suo entrò lietissimamente in carcere gloriando Dio, e quasi fosse stata invitata ad una festa, gioendo raccomandava con la preghiera a Dio la sua battaglia.

Note:

[1] Condizione giuridica dei nati liberi, così detti per distinguerli dai liberti o libertini che erano nati schiavi e poi erano stati liberati: “Ingenui sunt, qui liberi nati sunt; libertini, qui ex iusta  servitute manumissi sunt” (Gaio, I, 11); più avanti lo renderemo con l’aggettivo più familiare “libero”. Da ricordarsi che Quinziano “erat de genere ignobili natus” (v. 5), forse perché proveniva da famiglia plebea o, perché no, era discendente di un liberto.

[2] Agata parla di parentela, che può essere inteso sia nel senso attuale di famiglia, sia in quello più originale di ascendenza.

[3] In latino il nexus è chi è legato fortemente con corde o catene. La particella ob indica causalità, quindi l’aggettivo obnoxius indica letteralmente lo stato di chi è impotente perché legato.

[4] Il paganesimo tradizionale considera la statua della divinità una sorta di corpo materiale in cui essa si manifesta agli uomini. La venerazione verso tali oggetti non era quindi concepita come catalizzatore dei pensieri del fedele verso un simbolo, come per i cristiani, bensì proprio rivolta al nume che alberga nella figura evocatrice delle sue fattezze.

[5] Probabile allusione alla divinità di Cristo, che forse Quinziano crede essere stato un semplice uomo (altri orientamenti pure accettati a Roma lo avevano considerato una divinità tra le altre).

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