Sant’Agata: una devozione lunga quasi due millenni / 1

FullSizeRenderSi avvicina la grande festa di Febbraio, ed in attesa di poter condividere on-line i momenti salienti della colossale processione, vogliamo rendere un omaggio particolare alla Santa: pubblicheremo tutto il testo degli Atti di Sant’Agata, in duplice traduzione, italiana e (caso fin’ora apparentemente unico, almeno sulla rete) siciliana. Il nostro vuole essere non solo un contributo di devozione alla Santa, ma anche un modo per partecipare all’invito del S. Padre Francesco, che così ci ha ricordato:

La fede ci apre il cammino e accompagna i nostri passi nella storia. È per questo che, se vogliamo capire che cosa è la fede, dobbiamo raccontare il suo percorso, la via degli uomini credenti. (Lumen Fidei, 8).

Sant’Agata era una donna fortemente e genuinamente credente, e la sua voce emerge con forza dagli Atti, tramandati da tempo immemorabile in una bella redazione latina, da sempre considerata degna di fede dalla Chiesa (pur con tutti i suoi limiti) e superiore alle fantasiose versioni greche diffuse in epoca bizantina, al punto che il suo contenuto è talora precipitato nella stessa liturgia del giorno agatino per eccellenza, il 5 Febbraio.

Forse non si tratta di un testo propriamente storico, ed il valore letterario è basso; ma in essi leggiamo parole che oggi sembrano un invito all’integrazione ed alla tolleranza: morta Agata, “tanto i Giudei, quanto anche tutti Gentili, in comunione con i Cristiani, presero a venerare il suo sepolcro“, e tutti i catanesi, indistintamente, invocarono la sua intercessione fin da quel tempo. Perché la Festa di Sant’Agata è la festa della catanesità, in cui l’esempio di fede incrollabile e grandissima forza offerto da una ragazzina del III secolo è di continuo esempio tanto per i suoi fratelli credenti quanto per coloro i qualli non hanno il bene di conoscere la vera Fede.

Entrambe le traduzioni sono opera di Luigi Gennaro; non vogliono millantare valore letterario, ma trasmettere in maniera credibile il contenuto del testo Latino, e possono ovviamente contenere qualche errore in buona fede. La versione siciliana, pur tentando di mantenere una forma vicina alla lingua colta della nostra terra (oggi quasi perduta), è meno letterale, più ad sensum, e prova a servirsi meglio dei mezzi che la nostra lingua possiede.

Proemio

1. Passionis beatissimæ Virginis et martiris Agathæ, quæ passa est in provincia Siciliæ, in urbe Catanensium, sub Decio imperatore, ipso Decio ter Consule, die Nonarum Februariarum, recitamus historiam.
2. Quintianus consularis provinciæ Siciliæ, audiens sanctam opinionem virginis Deo dicatæ Agathæ, multifaria intentione perquirebat, ut ad eam pertingeret. 3. Per singula enim crimina mentis suæ, singulorum vitiorum exagitabat affectus: 4. utpote pro gloria sæculi concupiscens suam opinionem extendere, nobilissimis ortam natalibus Dei famulam fecit arctari, 5. ut qui erat de genere ignobili natus, per hoc personaret ad aures vulgi, quod tantus esset ac talis, qui posset etiam spectabilium sibi subiurgare personas; 6. ut libidinosus autem, ad aspectum Virginis pulcherrimæ oculorum suorum concupiscentiam commovebat; 7. et ut avarus ad facultates eius cupiditatis suæ frœna laxabat: 8. atque ut idolatra et dæmonum servus, fervore impietatis suæ infiammatus, Christi nomen audire non poterat.  9. His et huiusmodi, ut diximus, furiis comprehensus, B. Agatham a suis fecit apparitoribus coarctari, 10. et fecit eam cuidam matronæ tradi, nomine Aphrodisiæ, quæ habebat novem filias turpissimas, sicut fuerat et mater earum. 11. Hoc autem fecit ut per dies triginta quotidie blandirentur ei et mutarent animum eius: 12. et modo promettendo læta, modo temendo asperis, sperabant eius mentem sanctam a bono proposito revocare. 13. Quibus S. Agatha dicebat: Mens mea solidata est, et in Christo fundata: 14. verba vestra, venti sunt, promissiones vestræ pluviæ sunt, terrores vestri flumina sunt, quæ quantumvis impingant in fundamenta domus meæ, non poterit cadere; fundata enim est supra firmam petram. 15. Hæc autem dicens flebat quotidie, et orabat; 16. et sicut cervus sitiens in ardore solis fluenta fontium concupiscit, ita desiderabat ad martyrii coronam attingere, et diversa pro Christi nomine supplicia sustinere. 17. Videns autem Aphrodisia mentem eius immobilem permanere abiit ad Quintianum, 18. et dixit ei: Facilius possunt saxa molliri, et ferrum in plumbi mollitiam converti, quam ab intentione christiana mens istius puellæ revocari. 19. Ego enim et filiæ meæ sine cessatione vicibus nobis invicem successimus, 20. et per diem et noctem nihil aliud gessimus, nisi ut ageremus qualiter animum eius ad consensum boni consilii inclinaremus. 21. Ego etiam et gemmas et ornamenta insigna, et vestimenta auro texta obtuli; 22. ego domos et prædia suburbana repromisi, ego varium ornatum domus, ego familias diversi sexus et ætatis exibui: 23. sed ista omnia, quasi terram, quam pedibus suis conculcat, ita pro nihilo computavit.

Italiano: Della passione della beata Vergine e Martire Agata, che soffrì nella provincia di Sicilia, nella città di Catania, sotto Decio imperatore, essendo Decio console per la terza volta, il giorno delle None di Febbraio, declamiamo  la storia. Quinziano consolare della Provincia di Sicilia, conosciuta la santa credenza di Agata, vergine votata a Dio, con molteplici stratagemmi cercava di arrivare a lei. Difatti per i singoli peccati della sua mente eccitava il desiderio di perpetrare ciascuno di quei vizi . E quasi volendo aumentare il suo prestigio, per la gloria terrena fece arrestare la serva di Dio, nata da nobilissimi parenti, perché egli, ch’era nato da ignobile stirpe, per questo giungesse alle orecchie del popolo, come [quegli] ch’era così importante e tanto potente da poter assoggettare a sé anche persone tra le più ragguardevoli. Inoltre, da libidinoso [qual era], compiaceva la concupiscenza dei suoi occhi nell’aspetto della bellissima vergine; e quale avaro scioglieva i freni della sua cupidigia sulle di lei ricchezze. E da idolatra e servo dei demoni, infiammato dalla sua empietà , non poteva udire il Nome di Cristo. In tal modo attanagliato da queste passioni, come abbiamo detto, fece arrestare la Beata Agata dai suoi subalterni , e la fece consegnare ad una tale signora di nome Afrodisia, che aveva nove figlie di malaffare come pure era stata la loro madre. Fece questo perché per trenta giorni quotidianamente la blandissero e mutassero il suo animo: ed ora promettendo cose liete, ora facendole temere quelle triste, speravano di allontanare la sua mente santa dal buon credere. A queste [donne] Sant’Agata diceva: «La mia mente è solida, e fondata su Cristo: le vostre parole son venti, le vostre promesse son piogge, le vostre minacce fiumi che per quanto s’infrangano contro le fondamenta della mia casa non potranno sfociarvi; essa infatti è stata costruita su solida pietra». Ciò dicendo piangeva ogni giorno, e pregava; e come cervo assetato nell’ardore del sole desidera l’acqua fluente delle sorgenti , così ella desiderava attingere alla corona del martirio, e sopportare per il Nome di Cristo diversi supplizi. Vedendo quindi Afrodisia che la sua mente restava salda, andò da Quinziano, e gli disse: «Più facilmente i sassi possono rammollirsi, o il ferro rendersi della stessa duttilità del piombo, che la mente di questa giovanetta distogliersi dalla fede cristiana. Io e le mie figlie infatti senza requie a turno ci siamo succedute a vicenda tra di noi, e di giorno e di notte nient’altro abbiamo fatto se non tentare in che modo potessimo piegare il suo animo ad accettare il [nostro] buon consiglio. Io in aggiunta le ho offerto gemme, e ornamenti di gran valore, e abiti intessuti d’oro; e le ho promesso case e tenute suburbane, varia mobilia domestica, le ho mostrato servi di differenti età e sesso. Ma questa ha trattato tutto ciò come fosse niente, quasi tanto quanto la terra che calpesta coi suoi piedi».

Sicilianu: Di la passioni di la Beata Virgini e Martiri Aita, ca patiu nta la pruvincia di Sicilia, nta la cità di Catania, sutta l’imperiu di Deciu, quannu Deciu fu consuli pri la terza vota, lu jornu cincu di Fivraru, cuntamu la storia. Quinzianu, cunsulari di la pruvincia di Sicilia, sintennu parrari di la santa fidi di la virgini Aita, a Diu cunsacrata, si spirniciava di pigghiarisilla. E pri ciascunu di li piccati ca jeva pinzannu, si figurava di committiri lu stessu viziu contra la Santa. E siccumu era viddanu, e natu di bassa genti, pri farisi beddu fici attaccari la Serva di Diu Aita, ca era nobili, pri mustrari a tutti zo ca puteva fari essennu cunsulari. E viziusu quali era, taliava lu beddu corpu di la Santa, figurannusi immagini piccaminusi, e sapennu ca era ricca di famigghia, di tutti li so ricchizzi vuleva prufittari. E siccomu era malidittu e servu di lu diavulu, non vinirava la santa fidi cristiana, e non puteva sentiri lu nomu di Cristu. Accussì pigghiatu di lu viziu, Quinzianu fici attaccari Sant’Aita da li vaddia, e la fici purtari di na fimminazza ca avia nomu Afrudisia; chista avia novi figghi, fimminazzi comu a idda. E pinzau Quinzianu: docu vivennu Sant’Aita cu sti fimminazzi, vidirrà comu si vivi nta lu viziu. E pri trenta jorna di seguitu stetti Sant’Aituzza ni Afrudisia, ca nta tutti li maneri si pruvava a farici arrinunziari a la fidi cristiana. Ma Sant’Aita ci arrispunneva: La menti me è comu petra, funnata supra a Cristu: comu venti su li paroli vostri, chiddu ca diti è comu chioggia, comu acqua di chiumi ca non fa cascari li scogghi supra cui fici la me casa: difatti supra la petra di la Fidi mi la fici. Accussì dicennu, chianceva e priava tutti li jorna a lu Signuri Iddiu. E comu cervu ca disia l’acqua di la vita, quannu lu Suli abbrucia, accussì idda vuleva sirviri Iddiu cu lu martiriu di la so carni, pri aviri in cielu curona di Santa in nomu di Cristu. Comu vitti Afrudisia ca nenti ci puteva, e Sant’Aita era firmissima nta la so fidi cristiana, si ni jiu ni Quinzianu e ci dissi: Chiù facili mi pari fari li petri muddisi, o lu ferru fari moddu comu lu chiummu, ca fari pagana sta carusidda. Ogni jornu ju e li me figghi pruvavumu a farici arrinunziari a la fidi cristiana, ci puttai oru, vistimenti, gemmi, villi e casi intra e fora la cità, e spatti macari omini ci puttai e fimmini, tutti sclavi. Ma tuttu idda cunsidira comu fussi nenti, tuttu pigghia comu terra ca cu li so peri ‘ncarca e pista.

Bookmark the permalink.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>