(Italiano) La merda, l’asfalto e Edipo

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Siamo costretti a tornare a trattare fatti di cronaca, con decisione che forse turberà qualcuno, per ribadire il dovere dei catanesi di essere presenti a sé stessi.

Apprendiamo dai quotidiani catanesi della profanazione dell’altare pubblico seicentesco dedicato a Sant’Agata, nel luogo da cui le reliquie salparono verso Costantinopoli, comparso stamane del tutto imbrattato di feci. Appare superfluo e forse inopportuno commentare lo schifo che genera la notizia, e verrebbe quasi da prendere l’esempio dai napoletani, che – a fronte del preteso “declassamento” di San Gennaro – gli dedicarono un memorabile graffito: San Gennà, futtetenne! Si, probabilmente la Giustizia Divina se ne fotte, ma noi no, non possiamo e, per dirla con Pio VII, non dobbiamo fottercene, non dopo che è stata ampiamente dimostrata l’inarrestabile tendenza a demolire la nostra cultura in nome della merda, intesa nel senso figurato di escremento, quale il ciarpame indifferentista diffuso dai varii establishment politico-culturali contemporanei. Quella che è senza dubbio l’opera di uno squilibrato, probabilmente neanche catanese, su cui senz’altro si dovrà fare chiarezza nelle sedi opportune, nasconde proprio l’allarmante incapacità di difendere la nostra essenza culturale, e di riaffermarla con forza e vigore: Sant’Agata non è una figura unicamente religiosa, ma anche intrinsecamente civile, rappresenta la società catanese senza distinzione di credo fin dal III secolo, come conferma un singolare inciso presente negli atti Latini, dove leggiamo che

Tanto i Giudei, quanto anche tutti Gentili, in comunione con i Cristiani, presero a venerare il suo sepolcro. (Atti di Sant’Agata)

Oggi la situazione è talmente grave che il simbolo più caro dei catanesi è sovente ridotto a modello di arretratezza, di vecchiume, come se potesse esistere un modo di essere catanesi che prescinda dal rispetto sacrosanto per la nostra identità culturale, che su Agata ha fondato la propria aggregazione addirittura andando oltre il credo religioso; e non è un caso se, durante la processione, vengano invitati alla devozione tutti i citadini, e non i soli devoti in senso stretto, cioè coloro i quali per grazia ricevuta vestano il sacco della Santa. Piuttosto, il culto della Santa rappresenta una forma di filiale rispetto per una figura che incarna i valori positivi della comunità, il cui esempio non solo supera le barriere del tempo, ma è capace di aiutare, non solo spiritualmente, a superare le gravi problematiche del presente anche a prescindere dall’adesione al culto cristiano, che, per sua natura, necessita di ben più ampia comprensione. Agata, serva di Cristo, come imitatrice di Cristo parla indistintamente a tutti, e l’offesa rivolta alla sua immagine ci tocca tutti.

Anche per la Festa quest’anno, però, avremo a che fare con un’amministrazione comunale del tutto incapace anche solo di organizzare la pulizia delle strade ed il controllo della folla, al punto da prevedere la solita ordinanza balorda contro l’uso dei cerei devozionali, la quale verrà prontamente disattesa, come ogni anno, e provocherà comprensibili sberleffi da parte di chi, evidentemente contro ogni spirito religioso e civile, gode nel vedere soccombere l’amministrazione pubblica. Quel che conta fin’ora è che l’asfalto in Cattedrale è stato eliminato, ma i soliti noti ora protestano contro il cocciopesto costato il doppio, e un busto di marmo dorato risalente agli inizi del XVII secolo è stato imbrattato di merda. La stessa parola che, con il pittoresco vocabolario contemporaneo, avrebbe esclamato un moderno Edipo dopo essersi accorto di aver ucciso suo padre e sposato sua madre, eliminando le sue origini e profanando quel che resta: l’errore che noi tutti non dobbiamo commettere, per non essere costretti – come lui – a doverci accecare per non vedere lo schifo in cui siamo precipitati.

Luigi Gennaro

(Italiano) Parlando di Agata /1 – Sant’Alfonso de’ Liguori

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Sant’Alfonso M. de’ Liguori (1696-1787)

Inauguriamo una nuova serie di articoli in vista della Festa di Sant’Agata, in cui presenteremo alcune testimonianze storiche sul culto della Patrona di Catania. Oggi proponiamo una memoria sul suo martirio riassunta da Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787), Dottore della Chiesa, fondatore della Congregazione del Redentore e Vescovo di Sant’Agata de’ Goti (BN), uno dei maggiori teologi del ‘700, ma anche scrittore prolifico e autore di composizioni famosissime come Tu scendi dalle stelle, probabilmente la canzone popolare più antica che sia ancora eseguita correntemente. L’operetta da cui è tratto il passo che segue, Vittorie dei martiri, ovvero le vite dei più celebri martiri della Chiesa (Napoli 1775), non ha nessuna velleità storica, a differenza di altre composte dal Santo, e fu composta quando egli, ormai anziano, già da tempo domandava al Pontefice di potersi ritirare a vita privata per via delle numerose malattie che lo affliggevano. Il suo valore meramente devozionale, dovuto probabilmente alla dettatura più o meno frettolosa del testo, se da un lato è causa di una certa confusione (ad es. fa credere al lettore che gli Atti di Sant’Agata pubblicati dai Bollandisti non siano veri atti, ma solo memorie, così come Sant’Euplio è segnalato quale cittadino di “Catanea“), dall’altro è segno genuino di una devozione vivissima anche fuori di Sicilia, addirittura in una diocesi, come quella di Sant’Agata de’ Goti, ben distante dall’Isola. Continue reading

(Italiano) La Catanesità rinnegata

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IMG-20150630-WA0004«Io, Catania, tutrice dei Re, supero le città invitte, castigo le ribelli». Questo motto trecentesco, risalente alla non breve parentesi storica che vide la città dell’Elefante capitale del Regnum Siciliæ, sembra oggi un retaggio del passato, nonostante la straordinaria capacità di adattamento e d’intraprendenza dei suoi abitanti. Vi fu un tempo – anche recente – in cui essere catanesi, per nascita o per elezione, era titolo di vanto: erano gli anni di Angelo Musco, di Giuseppe De Felice Giuffrida, di Giovanni Verga, quelli di Mario Rapisardi, di Frontini, di Nino Martoglio, quei decenni in cui un catanese, il Marchese Antonino Paternò-
Castello di San Giuliano, era ministro degli esteri, e la città ospitava nientemeno che un’Esposizione Agricola, sorta di EXPO nostrano, per poi abbandonarsi lietamente alla grande stagione del Liberty, con gli architetti famosissimi Basile, Fichera, Malerba, ed il milanese “adottato”, il fiero Carlo Sada, che col pittore locale Giuseppe Sciuti immortalò un’era decorativa che ancor oggi desta meraviglia. Continue reading