12 Agosto, Festa di Sant’Euplio

Sant'Euplio ritratto da Francesco Gramignani nel 1779 (Catania, Basilica Collegiata).

Sant’Euplio ritratto da Francesco Gramignani nel 1779 (Catania, Basilica Collegiata).

Sant’Euplio, compatrono storico di Catania (tra decine di martiri ed altri santi cui da sempre si è rivolta la pietà catanese), è figura sfuggente, oggetto da secoli di speculazioni storiografiche e ammantata da quel velo di mistero che rende irreperibili dati certi su tanti personaggi del primo cristianesimo: si arriva al punto che la stessa grafia del nome, l’accentazione, addirittura il significato esatto, restano sostanzialmente impenetrabili.
La tradizione siciliana, frutto di una commistione tra documenti pseudo-storici bizantini e memorie riportate da antichi e recenti liturgisti, colloca le vicende del Martire durante l’impero di Diocleziano, esattamente nell’anno 304, in cui – tra l’altro – alcune tradizioni registrano il martirio di Santa Lucia. Gli atti più stimati dai catanesi (e trascritti da Vito Amico) provengono da un manoscritto greco dell’Archimandrato del SS. Salvatore di Messina, e vedono il giovane diacono Euplio intento a predicare il Vangelo durante la cruenta persecuzione ordinata dall’Imperatore, e metodicamente applicata da un tal governatore Pentagono (nome evidentemente di fantasia), coadiuvato dal consolare Calvisiano. Secondo questa tradizione Euplio fa parte di un gruppo di cristiani che, contravvenendo alle leggi, si rifiuta di sacrificare agli dèi pagani e, soprattutto, di consegnare i testi sacri alle autorità (divenendo così “traditores”, cioè “consegnatarii”, da cui il termine italiano attuale); casualmente viene denunziato a Calvisiano e, rifiutandosi di cedere, è rinchiuso in una cella senza vitto per sette giorni. Lì Euplio ottiene il primo miracolo: su sua preghiera dal nulla scaturisce una fonte che inonda il carcere finché il Santo, spazientito, non ordina all’acqua di fermarsi. Dopo alcuni altri vani supplizi (tra cui la tortura ai lobi delle orecchie, e gravi lesioni alla testa), Calvisiano concede l’ultima udienza pubblica, la cui descrizione ha da sempre ispirato le riflessioni e le raffigurazioni del Nostro, durante la quale il Santo provò a convertire il suo carnefice dando pubblica lettura di quei Vangeli tanto odiati. Il tentativo non sortì alcun effetto: condannato a morte, Euplio spirò per decapitazione il 12 Agosto, con appesi al collo i testi sacri che aveva provato a propagandare.

Sito della chiesa di Sant'Euplio, rasa al suolo nel 1943 durante un feroce bombardamento alleato.

Sito della chiesa di Sant’Euplio, rasa al suolo nel 1943 durante un feroce bombardamento alleato.

Questi atti messinesi, pur resi celebri dalla tradizione, contengono numerose incongruità, tra cui la comparsa, sul finale, di un gruppo di monaci che recupera il corpo del Martire, circostanza che già l’Abate Amico vedeva come più che sospetta, giacché il monachesimo ebbe il suo impulso dall’accettazione costantiniana del Cristianesimo. Ancor più fantasioso il contenuto in merito del Breviario Gallicano, in uso nella Catania normanna e fino al Concilio di Trento, secondo cui il carnefice avrebbe provato per ben sette volte a decapitare il Martire (forse riferimento ai sette doni dello Spirito Santo), riuscendovi solo quando, dopo un’orazione, l’Onnipotente vi avrebbe acconsentito; come ultimo miracolo, dal collo mozzato sarebbe infine volata una colomba bianca.
A mettere un po’ di ordine nella tradizione provò, qualche decennio fa, il Sacerdote catanese p. Rosario Mazza, sottratto ai vivi nel 1997 proprio il 12 Agosto: nelle sue Ricerche sulla tradizione intorno al martire Euplo di Catania (ed. postuma, recensita da Antonio Blandini in Agorà, a. V, n. XVI, Gennaio-Marzo 2004, pp. 63-67) venuto a conoscenza dell’editto, Euplio si consegna personalmente come cristiano, portando con sé le Scritture. Il Padre Mazza, eliminando quanto di dubbio credette di aver trovato, arrivò anche a sostenere che il Santo non fosse un diacono (ciò, a posteriori, non toglie che potesse aver ricevuto un ordine minore come il Lettorato), e che la sua cattura sia stata dovuta unicamente alla sua volontà; fatto curioso, ma tra le tendenze più o meno eterodosse dei primi secoli quella di Montano (un ex sacerdote pagano d’origine anatolica) pretendeva che il modo più semplice per raggiungere il Paradiso fosse il martirio, sicché in molti finivano con il consegnarsi con tale pretesa, facendo fine orribile. Non vi sono prove, ovviamente, che Euplio fosse montanista, ma l’ambiente culturale ed il clima devastante delle persecuzioni doveva generare facilmente reazioni del genere, né ciò toglierebbe qualcosa al suo martirio, giacché egli non rinnegò mai la sua fede.
Le vicende del corpo del Santo sono ancor più fumose: il preteso carcere, in via Sant’Euplio, è in realtà un ipogeo romano adattato a luogo di culto, mentre qualche resto archeologico di dubbia interpretazione colloca i due martiri catanesi, Agata ed Euplio, nella stessa chiesa di via Dottor Consoli, scoperta nel dopoguerra. Si ignora come, ma il corpo santo scomparve da Catania sotto la dominazione araba, per ricomparire poi, in frammenti, nella città diocesana di Trevico, in Irpinia, ov’è ancor oggi venerato, e da cui i catanesi hanno ottenuto qualche reliquia del braccio.
Storicamente sfuggente e fisicamente lontano, pure Euplio resta una figura affascinante in un’epoca – quale la nostra – in cui i valori si annacquano, l’identità culturale si fa “liquida” e mutevole, si confonde la saldezza nei principii con l’oscurantismo o, addirittura, si fanno abusivi parallelismi con criminose tendenze del nostro tempo. Dalle profondità insondabili della Storia Euplio grida ancora “Christianus sum“: fastidiosa ammonizione ad un’umanità che vive di cose, più che d’ideali.

La merda, l’asfalto e Edipo

Siamo costretti a tornare a trattare fatti di cronaca, con decisione che forse turberà qualcuno, per ribadire il dovere dei catanesi di essere presenti a sé stessi.

Apprendiamo dai quotidiani catanesi della profanazione dell’altare pubblico seicentesco dedicato a Sant’Agata, nel luogo da cui le reliquie salparono verso Costantinopoli, comparso stamane del tutto imbrattato di feci. Appare superfluo e forse inopportuno commentare lo schifo che genera la notizia, e verrebbe quasi da prendere l’esempio dai napoletani, che – a fronte del preteso “declassamento” di San Gennaro – gli dedicarono un memorabile graffito: San Gennà, futtetenne! Si, probabilmente la Giustizia Divina se ne fotte, ma noi no, non possiamo e, per dirla con Pio VII, non dobbiamo fottercene, non dopo che è stata ampiamente dimostrata l’inarrestabile tendenza a demolire la nostra cultura in nome della merda, intesa nel senso figurato di escremento, quale il ciarpame indifferentista diffuso dai varii establishment politico-culturali contemporanei. Quella che è senza dubbio l’opera di uno squilibrato, probabilmente neanche catanese, su cui senz’altro si dovrà fare chiarezza nelle sedi opportune, nasconde proprio l’allarmante incapacità di difendere la nostra essenza culturale, e di riaffermarla con forza e vigore: Sant’Agata non è una figura unicamente religiosa, ma anche intrinsecamente civile, rappresenta la società catanese senza distinzione di credo fin dal III secolo, come conferma un singolare inciso presente negli atti Latini, dove leggiamo che

Tanto i Giudei, quanto anche tutti Gentili, in comunione con i Cristiani, presero a venerare il suo sepolcro. (Atti di Sant’Agata)

Oggi la situazione è talmente grave che il simbolo più caro dei catanesi è sovente ridotto a modello di arretratezza, di vecchiume, come se potesse esistere un modo di essere catanesi che prescinda dal rispetto sacrosanto per la nostra identità culturale, che su Agata ha fondato la propria aggregazione addirittura andando oltre il credo religioso; e non è un caso se, durante la processione, vengano invitati alla devozione tutti i citadini, e non i soli devoti in senso stretto, cioè coloro i quali per grazia ricevuta vestano il sacco della Santa. Piuttosto, il culto della Santa rappresenta una forma di filiale rispetto per una figura che incarna i valori positivi della comunità, il cui esempio non solo supera le barriere del tempo, ma è capace di aiutare, non solo spiritualmente, a superare le gravi problematiche del presente anche a prescindere dall’adesione al culto cristiano, che, per sua natura, necessita di ben più ampia comprensione. Agata, serva di Cristo, come imitatrice di Cristo parla indistintamente a tutti, e l’offesa rivolta alla sua immagine ci tocca tutti.

Anche per la Festa quest’anno, però, avremo a che fare con un’amministrazione comunale del tutto incapace anche solo di organizzare la pulizia delle strade ed il controllo della folla, al punto da prevedere la solita ordinanza balorda contro l’uso dei cerei devozionali, la quale verrà prontamente disattesa, come ogni anno, e provocherà comprensibili sberleffi da parte di chi, evidentemente contro ogni spirito religioso e civile, gode nel vedere soccombere l’amministrazione pubblica. Quel che conta fin’ora è che l’asfalto in Cattedrale è stato eliminato, ma i soliti noti ora protestano contro il cocciopesto costato il doppio, e un busto di marmo dorato risalente agli inizi del XVII secolo è stato imbrattato di merda. La stessa parola che, con il pittoresco vocabolario contemporaneo, avrebbe esclamato un moderno Edipo dopo essersi accorto di aver ucciso suo padre e sposato sua madre, eliminando le sue origini e profanando quel che resta: l’errore che noi tutti non dobbiamo commettere, per non essere costretti – come lui – a doverci accecare per non vedere lo schifo in cui siamo precipitati.

Luigi Gennaro

Sant’Agata: una devozione lunga quasi due millenni / 2

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Seconda puntata dagli Atti di Sant’Agata (trad. L. Gennaro).

Come abbiamo già detto, la presente traduzione non ha alcuna pretesa, se non quella di aiutare i fedeli a conoscere meglio la loro Patrona e Protettrice. Eventuali errori in buona fede sono rimessi alla tollerante benignità del lettore. Le noterelle finali vorrebbero chiarire alcuni passaggi effettivamente un po’ oscuri per il lettore moderno. La scansione seguita è quella stessa del Consoli, che non tiene in conto la distinzione in capitoli.

In questa puntata assistiamo al primo interrogatorio della Santa. Quinziano la fa condurre in secretarium suum, cioè, verrebbe da dire, nel suo studio, ma con un’accezione diversa da come lo intendiamo oggi. Non era possibile compiere certi atti con il concorso del popolo, ed ancora oggi i giudici, in alcuni casi, operano a porte chiuse; a maggior ragione quando l’imputata, come in questo caso, risponde con violenza alle accuse del giudice, al punto da essere richiamata ripetutamente all’ordine, e poi schiaffeggiata. Tra tutte le martiri antiche, Sant’Agata è quella che dimostra più carattere, anzi, in assoluto il carattere più definito. D’altro canto come non notare i tentativi di far ravvedere Quinziano, per condurlo sulla retta via? Continue reading

Parlando di Agata /1 – Sant’Alfonso de’ Liguori

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Sant’Alfonso M. de’ Liguori (1696-1787)

Inauguriamo una nuova serie di articoli in vista della Festa di Sant’Agata, in cui presenteremo alcune testimonianze storiche sul culto della Patrona di Catania. Oggi proponiamo una memoria sul suo martirio riassunta da Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787), Dottore della Chiesa, fondatore della Congregazione del Redentore e Vescovo di Sant’Agata de’ Goti (BN), uno dei maggiori teologi del ‘700, ma anche scrittore prolifico e autore di composizioni famosissime come Tu scendi dalle stelle, probabilmente la canzone popolare più antica che sia ancora eseguita correntemente. L’operetta da cui è tratto il passo che segue, Vittorie dei martiri, ovvero le vite dei più celebri martiri della Chiesa (Napoli 1775), non ha nessuna velleità storica, a differenza di altre composte dal Santo, e fu composta quando egli, ormai anziano, già da tempo domandava al Pontefice di potersi ritirare a vita privata per via delle numerose malattie che lo affliggevano. Il suo valore meramente devozionale, dovuto probabilmente alla dettatura più o meno frettolosa del testo, se da un lato è causa di una certa confusione (ad es. fa credere al lettore che gli Atti di Sant’Agata pubblicati dai Bollandisti non siano veri atti, ma solo memorie, così come Sant’Euplio è segnalato quale cittadino di “Catanea“), dall’altro è segno genuino di una devozione vivissima anche fuori di Sicilia, addirittura in una diocesi, come quella di Sant’Agata de’ Goti, ben distante dall’Isola. Continue reading

Sant’Agata: una devozione lunga quasi due millenni / 1

FullSizeRenderSi avvicina la grande festa di Febbraio, ed in attesa di poter condividere on-line i momenti salienti della colossale processione, vogliamo rendere un omaggio particolare alla Santa: pubblicheremo tutto il testo degli Atti di Sant’Agata, in duplice traduzione, italiana e (caso fin’ora apparentemente unico, almeno sulla rete) siciliana. Il nostro vuole essere non solo un contributo di devozione alla Santa, ma anche un modo per partecipare all’invito del S. Padre Francesco, che così ci ha ricordato:

La fede ci apre il cammino e accompagna i nostri passi nella storia. È per questo che, se vogliamo capire che cosa è la fede, dobbiamo raccontare il suo percorso, la via degli uomini credenti. (Lumen Fidei, 8).

Sant’Agata era una donna fortemente e genuinamente credente, e la sua voce emerge con forza dagli Atti, tramandati da tempo immemorabile in una bella redazione latina, da sempre considerata degna di fede dalla Chiesa (pur con tutti i suoi limiti) e superiore alle fantasiose versioni greche diffuse in epoca bizantina, al punto che il suo contenuto è talora precipitato nella stessa liturgia del giorno agatino per eccellenza, il 5 Febbraio. Continue reading