(Italiano) Agata e i culti pagani: un accostamento discutibile

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Le festività agatine a Catania riportano in vita ogni anno sterili polemiche e infondati complottismi che, talora, ricevono un ingiustificato risalto sulla stampa locale, e gettano inopportune ombre sulla festa patronale più seguita d’Italia: si va da mormorati rapporti tra malavita e devozione fino ad accuse di frivolezza e “paganesimo” provenienti dai pulpiti più impensabili, per giungere a veri e proprii falsi storici. Alludiamo in particolare ad un mito ricorrente, una sorta di fake news ante litteram, che dipinge la festività catanese di Sant’Agata quale residuo del culto di Iside o di Demetra, con analogie che coprirebbero tutti gli aspetti della venerazione locale per la Martire cristiana, e perfino la sua stessa figura, pretendendo di accostarla a queste antiche divinità.

In queste poche righe proveremo a suggerire qualche argomento contro queste tesi, senza veruna pretesa di completezza, nella speranza di chiarire qualche dubbio e soddisfare le legittime curiosità di chi, catanese o meno, devoto o meno, cristiano o meno, entra in contatto con la memoria di questa grande figura dell’antichità, nota non per pompose vittorie materiali, ma per aver incarnato personalmente i valori di un popolo e della sua civiltà.

La figura di Agata oltre l’immagine popolare.

Non si può escludere a priori che il cruento martirio della mammella subito da Sant’Agata possa celare in sé un archetipo degno delle elucubrazioni junghiane, e del resto non è difficile pensare che Quinziano, o chi per lui, abbia voluto sfigurare l’oggetto dei suoi desiderii esattamente come, ancor oggi, alcuni criminali gettano acido sul viso delle proprie mogli o amanti. E d’altro canto la fierissima Agata non morì per questa ferita (che si crede miracolosamente sanata da San Pietro prima dell’ultimo interrogatorio), né morì tra le tenaglie dei carnefici che provarono a bruciarla viva: strappata dalle fiamme dai suoi concittadini, spirerà tra dolori atroci solo dopo qualche ora, nello squallore del suo carcere, con dinamiche vividissime che sfuggono alle fantasie degli agiografi, per assomigliare da vicino a quelle della vita reale. La tradizione popolare si soffermerà solo sull’aspetto più cruento e vergognoso del martirio, tralasciando quelli più gravi sollevati dai suoi Atti latini: il problema (teologico) della libertà, quello della libertà di religione (si pensi che anche pagani ed ebrei, secondo l’agiografo, si recarono da subito al sepolcro agatino), fino a quello, più scottante, dell’autodeterminazione sessuale e della moralità pubblica, che vede la giovane Agata costretta a convivere con una vecchia prostituta e con le sue figlie dissolute al solo scopo (fallito) di ottenere il lavaggio del cervello della Martire.
Tutta questa ricchezza umana, che resta tale anche a prescindere dall’esatta datazione storica degli atti, non può essere banalizzata con facili accostamenti ad alcune ipostasi di Iside (raffigurata come “plurimammia“, cioè dotata di più mammelle, al pari dell’Artemide Efesia) o di Demetra in veste di dea della fecondità, salvo voler banalizzare l’una e l’altra esperienza religiosa, la pagana e la cristiana, giacché anche Iside era «altro» rispetto alla mera citazione del topos della fecondità. Topos che, per inciso, nel caso specifico di Sant’Agata è frutto di una mera estensione logica popolaresca, giacché negli Atti ella si vanta più volte della sua verginità e del suo caparbio rifiuto di ogni relazione carnale.

I culti pagani di Catania e le ricostruzioni moderne.

Che poi la Catania pagana abbia conosciuto una forte devozione per alcune importanti divinità femminili, da Demetra a Cerere (figure poi sovrappostesi nella religiosità classica), fino a Iside, è cosa indubbia e confermata abbondantemente non solo dalla letteratura antica, ma anche da imponenti risultanze archeologiche: senza bisogno di scomodare la stipe votiva di Piazza San Francesco all’Immacolata (un deposito di ex-voto d’età Greca profondo svariati metri), si può far riferimento ad uno scavo del 1916 in Via Vittorio Emanuele II, ove Paolo Orsi rinvenne un graffito d’età Romana lasciato da “tres adulescentes” intenti a compiere riti orgiastici proprio durante la festa di Cerere (cfr. S. Santangelo, Il graffito catanese e la festa di Cerere, in ASSO, aa. XVI-XVII, Catania 1920, pp. 174 e ss.).

A partire dal secolo XVII i catanesi, nel tentativo di riscoprire la loro storia per difendere la nobiltà della civitas rispetto alle pretese palermitane e messinesi, fecero incetta di queste testimonianze per ricostruire un mondo perduto, non mancando anche di inventare di sana pianta eventi mai accaduti, come la pretesa vittoria preistorica dei catanesi sui Libici propagandata da Pietro Carrera. E così, dove alcuni storici di sicura integrità si erano correttamente limitati ad osservare l’impianto della cristianità sui più antichi culti dell’Isola (cfr. Caetani, Isagoge, XXXI), altri, come il Bolano, non esitarono ad interpretare gli stucchi delle Terme Achilliane sepolte sotto la Cattedrale di Catania come resti di un fantomatico tempio di Bacco.
L’aura di misteriosa antichità generata da questa letteratura fantasiosa contribuì ad alimentare quel profondo senso d’unità culturale che caratterizza ancor oggi l’area etnea, ed a lungo andare integrò il quadro della Sicilia “esotica” che tanto piacque ai nobili stranieri impegnati nel Grand Tour fino a tutto il primo Ottocento.

Tra questi spicca senz’altro John James Blunt (1794 – 1855), un sacerdote anglicano che dedicò un intero volume proprio ai pretesi rapporti tra i costumi dell’antichità e quelli della Sicilia dei suoi tempi, interessandosi anche alla realtà catanese: il libro in questione, intitolato pomposamente “Vestiges of ancient manners and customs, discoverable in modern Italy and Sicily” (Londra 1823), è assai viziato dalla prospettiva culturale dell’autore e dai suoi sentimenti anticattolici, ma offre comunque un resoconto di prima mano delle dinamiche delle festività agatine in quello scorcio di secolo. Tra spocchiose sentenze contro gli “inhabitants of the South” e grottesche descrizioni che giungono ai limiti dell’offensivo (arriva a liquidare le candelore come “monstrous wax candles“), il Reverendo Blunt sfoggia tutta la sua erudizione nel tentativo maldestro di rinvenire improbabili relitti d’antichità praticamente in ogni aspetto della festa: il «Senato» di Catania trarrebbe questo nome dagli usi Romani (p. 61; in realtà trattasi di un’etichetta rinascimentale); le candelore risalirebbero, ovviamente, a Cerere (pp. 64-65), come anche la corsa dei cavalli che, all’epoca, si teneva nell’attuale via Vittorio Emanuele (p. 60); il saccu (abito processionale) e la scuzzetta (copricapo) indossati dai devoti deriverebbero, ovviamente, da quelli dei Misteri Eleusini (pp. 71-73); addirittura lo stesso rapporto tra la festa del martirio (5 Febbraio) e quella della traslazione (17 Agosto) avrebbe un legame con l’antichità (p. 83), e tralasciamo le restanti osservazioni dello zelante viaggiatore britannico.
Va osservato che il Blunt è solo un rappresentante esemplare di questa storiografia spiccia nata sull’onda del Grand Tour, e forse non è nemmeno il più fantasioso: la recensione della sua opera, pubblicata lo stesso anno su The British Critic (Londra 1823, vol. XIX, pp. 274 e ss.), se da un lato sembra cogliere “the ingenuity […] of elegant scolarship” del Pastore nel ricondurre in blocco tutta la festa agatina ai Misteri Eleusini, dall’altro, in un eccesso antropologico di pindarica memoria, giunge a paragonarla alla festa dei Tabernacoli di mosaica istituzione, e addirittura a certe festività sassoni (cfr. ibid., p. 278).
Questo eruditismo sopravvisse al secolo XIX, per giungere al successivo nelle forme di studi certamente più avanzati, benché non meno pretestuosi, come quello di Emanuele Piaceri (in ASSO, 1905, pp. 282 e ss.), intitolato “La festa di S. Agata e l’antico culto di Iside in Catania“, dove si prova a ricostruire l’intero culto agatino come “festa essenzialmente marinara” (p. 285), quale fu quella isiaca.

Dove sta, dunque, la verità?

Per tagliare la testa al toro, come si suol dire, basta osservare che dalla fine del X secolo fino all’avvento dei Normanni, correndo l’anno 1071, a Catania non fu possibile celebrare pubblicamente alcuna festività cristiana a causa della tirannide islamica, nelle cui mani era precipitata l’intera Sicilia. In quei tempi il Cristianesimo sopravviveva clandestinamente solo grazie alle esigue forze del clero greco, che comunque non possedeva più le reliquie agatine dal 1040, quando esse erano state sottratte ai catanesi dal generale bizantino Maniace. Al loro ritorno, in séguito ad un rocambolesco furto occorso in Costantinopoli nel 1127, esse furono accolte dalla ristretta cerchia dei benedettini francesi cui il Conte Ruggero aveva affidato il dominio della città. Da allora a oggi le reliquie sono state sempre custodite nella Cattedrale normanna, e la loro venerazione può essere ricostruita attraverso nove secoli nelle sue varie evoluzioni, nessuna delle quali, evidentemente, può precedere la traslazione da Costantinopoli; tantomeno poi si può azzardare un raffronto con i Misteri Eleusini, già cessati alla fine del V secolo d. C. per effetto dell’Editto di Tessalonica: erano rituali assai complessi, e talmente segreti da incutere un certo rispetto anche ai pochi padri della Chiesa che ne hanno trasmesso la memoria. Analoghe osservazioni possono farsi sui culti isiaci: se è vero che la loro fortuna sfidò l’egemonia cristiana, pure è letteralmente impossibile che siano sopravvissuti all’età bizantina ed a quella islamica, sempre ammesso (e sarebbe da dimostrare) che a Catania avessero assunto una forma sovrapponibile con gli omologhi forestieri descritti dalle fonti antiche.

Oltre a questi argomenti, di natura spiccatamente storica, se ne possono addurre altri più pratici e non meno effettivi. Basti considerare come tutti i riti processionali tendono inevitabilmente ad assomigliarsi, esattamente come l’evoluzione convergente di certi costumi può portare, in contesti distanti nel tempo e nello spazio, a risultati simili. E così non c’è bisogno di scomodare gli adoratori di Iside per giustificare il sacco bianco dei devoti di S. Agata, giacché esso costituisce una semplice veste penitenziale già presente nella Bibbia come nella liturgia battesimale, e comune a svariate culture mediterranee e no: anche il Santo Padre è vestito di bianco, ma il suo colore è il rosso, che ricompare nel mantello e nella mozzetta; l’uso del bianco si impose solo perché San Pio V, il grande Pontefice della Controriforma, essendo domenicano volle conservare anche da vescovo l’abito candido del suo ordine, scelta poi condivisa dai suoi successori per ragioni estetiche. Ancora, le candelore agatine, la cui esistenza è giustificata in origine dall’ora tarda cui tende a protrarsi la processione, derivano il loro nome – e forse anche la loro natura – dalla festa della Purificazione della Vergine o della Candelora, celebrata il 2 Febbraio, che si festeggiava con un lucernario in chiesa.

Tutti gli altri argomenti fondati su presunte analogie tra il fercolo processionale ed il “navigidium Isidis“, rituale antico comprendente il traino del simulacro di un’imbarcazione, fanno a pugni con l’evoluzione ricostruibile della festa, anche piuttosto ovvia: fino al 1376, quando fu compiuta l’opera meravigliosa del Di Bartolo, autore del busto reliquiario della Santa, il fercolo (dal Latino “ferre“, cioè portare) era veramente una vara (altro termine tecnico della tarda latinità), cioè una sorta di cavalletto portatile che consentiva la processione di una cassa di legno rivestita di preziosi contenente le reliquie, esattamente come l’attuale scrigno secondario a tutt’oggi presente. Peraltro questa è l’identica condizione in cui ancor oggi vengono condotte per le vie di Palermo le reliquie di Santa Rosalia. Per trasportare la cassa si adoperava un baiardu (termine tecnico ad oggi in uso nel gergo agatino, dal Catalano “baiard”), cioè una lettiga. Con la creazione del busto reliquiario, che consentiva una maggiore scenografia alla processione, e quindi un peso crescente della macchina della Santa anche con la creazione del caratteristico tempietto argenteo ad oggi esistente (pur tra mille peripezie), il baiardu si ritrovò a divenire sempre più grande, fino a non poter essere portato a spalla. Da qui la creazione dell’attuale meccanismo dei cordoni, che ha anche i pregi di non creare particolari dissidii tra i devoti, giacché effettivamente tutti possono dire di essere “portatori” della Santa.
Nulla a che vedere, dunque, con il “navigidium” di Iside, tantomeno poi se l’argomento principale a favore di questa tesi è la presenza, fino a metà ‘800, di un pomposo carro di legno a forma di nave che affiancava i grassi festeggiamenti di Agosto: ne aveva uno identico anche Santa Rosalia, il cui culto non precede il 1625, anno del misterioso ritrovamento delle sue reliquie. In entrambi i casi si tratta di invenzioni dell’età barocca, scenografie classicheggianti che, ad un occhio meno attento, possono sembrare genuinamente classiche, ma sono dei falsi relativamente recenti.

In un mondo globalizzato è fondamentale saper rispondere alle domande che ci suscita la tradizione, delicatissimo fiore che va sempre preservato dai più sottili aliti di vento. E però essa va in primis vissuta perché sia, prima di tutto, una cosa viva, parte integrante della vita dei vivi. Si tratta di un’esperienza che una festa come quella di Sant’Agata a Catania consente pienamente di provare, ma solo allorché la Fede e la determinazione personale consentano di andare oltre il simbolo e le allegorie di un’intricata processione per attingere alla purezza del suo messaggio.

Luigi Gennaro Del Prete

(Italiano) 12 Agosto, Festa di Sant’Euplio

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Sant'Euplio ritratto da Francesco Gramignani nel 1779 (Catania, Basilica Collegiata).

Sant’Euplio ritratto da Francesco Gramignani nel 1779 (Catania, Basilica Collegiata).

Sant’Euplio, compatrono storico di Catania (tra decine di martiri ed altri santi cui da sempre si è rivolta la pietà catanese), è figura sfuggente, oggetto da secoli di speculazioni storiografiche e ammantata da quel velo di mistero che rende irreperibili dati certi su tanti personaggi del primo cristianesimo: si arriva al punto che la stessa grafia del nome, l’accentazione, addirittura il significato esatto, restano sostanzialmente impenetrabili.
La tradizione siciliana, frutto di una commistione tra documenti pseudo-storici bizantini e memorie riportate da antichi e recenti liturgisti, colloca le vicende del Martire durante l’impero di Diocleziano, esattamente nell’anno 304, in cui – tra l’altro – alcune tradizioni registrano il martirio di Santa Lucia. Gli atti più stimati dai catanesi (e trascritti da Vito Amico) provengono da un manoscritto greco dell’Archimandrato del SS. Salvatore di Messina, e vedono il giovane diacono Euplio intento a predicare il Vangelo durante la cruenta persecuzione ordinata dall’Imperatore, e metodicamente applicata da un tal governatore Pentagono (nome evidentemente di fantasia), coadiuvato dal consolare Calvisiano. Secondo questa tradizione Euplio fa parte di un gruppo di cristiani che, contravvenendo alle leggi, si rifiuta di sacrificare agli dèi pagani e, soprattutto, di consegnare i testi sacri alle autorità (divenendo così “traditores”, cioè “consegnatarii”, da cui il termine italiano attuale); casualmente viene denunziato a Calvisiano e, rifiutandosi di cedere, è rinchiuso in una cella senza vitto per sette giorni. Lì Euplio ottiene il primo miracolo: su sua preghiera dal nulla scaturisce una fonte che inonda il carcere finché il Santo, spazientito, non ordina all’acqua di fermarsi. Dopo alcuni altri vani supplizi (tra cui la tortura ai lobi delle orecchie, e gravi lesioni alla testa), Calvisiano concede l’ultima udienza pubblica, la cui descrizione ha da sempre ispirato le riflessioni e le raffigurazioni del Nostro, durante la quale il Santo provò a convertire il suo carnefice dando pubblica lettura di quei Vangeli tanto odiati. Il tentativo non sortì alcun effetto: condannato a morte, Euplio spirò per decapitazione il 12 Agosto, con appesi al collo i testi sacri che aveva provato a propagandare.

Sito della chiesa di Sant'Euplio, rasa al suolo nel 1943 durante un feroce bombardamento alleato.

Sito della chiesa di Sant’Euplio, rasa al suolo nel 1943 durante un feroce bombardamento alleato.

Questi atti messinesi, pur resi celebri dalla tradizione, contengono numerose incongruità, tra cui la comparsa, sul finale, di un gruppo di monaci che recupera il corpo del Martire, circostanza che già l’Abate Amico vedeva come più che sospetta, giacché il monachesimo ebbe il suo impulso dall’accettazione costantiniana del Cristianesimo. Ancor più fantasioso il contenuto in merito del Breviario Gallicano, in uso nella Catania normanna e fino al Concilio di Trento, secondo cui il carnefice avrebbe provato per ben sette volte a decapitare il Martire (forse riferimento ai sette doni dello Spirito Santo), riuscendovi solo quando, dopo un’orazione, l’Onnipotente vi avrebbe acconsentito; come ultimo miracolo, dal collo mozzato sarebbe infine volata una colomba bianca.
A mettere un po’ di ordine nella tradizione provò, qualche decennio fa, il Sacerdote catanese p. Rosario Mazza, sottratto ai vivi nel 1997 proprio il 12 Agosto: nelle sue Ricerche sulla tradizione intorno al martire Euplo di Catania (ed. postuma, recensita da Antonio Blandini in Agorà, a. V, n. XVI, Gennaio-Marzo 2004, pp. 63-67) venuto a conoscenza dell’editto, Euplio si consegna personalmente come cristiano, portando con sé le Scritture. Il Padre Mazza, eliminando quanto di dubbio credette di aver trovato, arrivò anche a sostenere che il Santo non fosse un diacono (ciò, a posteriori, non toglie che potesse aver ricevuto un ordine minore come il Lettorato), e che la sua cattura sia stata dovuta unicamente alla sua volontà; fatto curioso, ma tra le tendenze più o meno eterodosse dei primi secoli quella di Montano (un ex sacerdote pagano d’origine anatolica) pretendeva che il modo più semplice per raggiungere il Paradiso fosse il martirio, sicché in molti finivano con il consegnarsi con tale pretesa, facendo fine orribile. Non vi sono prove, ovviamente, che Euplio fosse montanista, ma l’ambiente culturale ed il clima devastante delle persecuzioni doveva generare facilmente reazioni del genere, né ciò toglierebbe qualcosa al suo martirio, giacché egli non rinnegò mai la sua fede.
Le vicende del corpo del Santo sono ancor più fumose: il preteso carcere, in via Sant’Euplio, è in realtà un ipogeo romano adattato a luogo di culto, mentre qualche resto archeologico di dubbia interpretazione colloca i due martiri catanesi, Agata ed Euplio, nella stessa chiesa di via Dottor Consoli, scoperta nel dopoguerra. Si ignora come, ma il corpo santo scomparve da Catania sotto la dominazione araba, per ricomparire poi, in frammenti, nella città diocesana di Trevico, in Irpinia, ov’è ancor oggi venerato, e da cui i catanesi hanno ottenuto qualche reliquia del braccio.
Storicamente sfuggente e fisicamente lontano, pure Euplio resta una figura affascinante in un’epoca – quale la nostra – in cui i valori si annacquano, l’identità culturale si fa “liquida” e mutevole, si confonde la saldezza nei principii con l’oscurantismo o, addirittura, si fanno abusivi parallelismi con criminose tendenze del nostro tempo. Dalle profondità insondabili della Storia Euplio grida ancora “Christianus sum“: fastidiosa ammonizione ad un’umanità che vive di cose, più che d’ideali.

(Italiano) Le campane di Catania: un concerto lungo 500 anni.

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Uno dei bronzi della Badia di Sant’Agata.

Oggi 19 Marzo 2016 il compositore Lloren Barber eseguirà un grandioso concerto per campane e sirene che coinvolgerà molte delle campane cittadine, religiose e civili. Le campane sono piccoli monumenti di cui spesso non conosciamo nulla, in alcuni casi hanno età superiori ai quattro secoli, e sono resistite ai più impensabili cataclismi, come il Campanone della Cattedrale che fu ripescato, nel 1693, dall’acqua del porto dov’era precipitato in séguito al crollo del colossale campanile della Cattedrale, alto oltre 90 metri. Tra tutte il Campanone ha tradizionalmente affascinato i catanesi per la bellezza del suono, favorito – si dice – dall’oro e dall’argento che i catanesi gettarono nel crogiuolo nel timore che il bronzo non bastasse, nonché per la bella intonazione (in letteratura si parla di Do naturale, ma attualmente sembra essere un Si naturale, forse non tanto per la fisiologica alterazione dell’oggetto, quanto per l’innalzamento del diapason dal 1614 in qua). Continue reading