(Italiano) Catania allagata: una testimonianza datata 1557

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marina

I recenti allagamenti avvenuti a Catania hanno riportato all’attenzione dei cittadini uno dei cronici problemi del nostro territorio, troppo sbrigativamente ricondotto ad inveterate inefficienze delle amministrazioni comunali, quando non addirittura a pretesi effetti del cambiamento climatico. Eppure basta una sommaria ricerca storica per scoprire che Catania da sempre patisce rovinosi nubifragi, ben attestati fin da epoche remote, e capaci di rendere puntualmente impraticabili molte aree della città. La zona più famigerata fino a un secolo fa era probabilmente quella detta “u mpracchiu“, toponimo che indicava la via San Gaetano alle Grotte e le zone adiacenti, oggi irriconoscibili in séguito allo sventramento del San Berillo; ivi con le piogge l’acqua creava una sorta di gurna o laghetto, che addirittura obbligava i residenti a servirsi di una barchetta per traghettare da un lato all’altro della strada. Nel tentativo maldestro di risolvere il problema, nel secondo ‘800 il Comune tentò di livellare le strade per evitare i ristagni, creando danni ben maggiori: intere aree, come il quartiere Rinazzu e la salita di Sangiuliano, finirono sotterrate da metri di detriti (il dislivello è ancor oggi visibile, nel primo caso, in via Santa Filomena), mentre altrove, ad esempio nella zona di Piazza Manganelli, la strada fu abbassata lasciando scoperte le fondamenta dei palazzi e delle chiese, col risultato che quella di Santa Teresa rimase collocata a diversi metri sopra la carreggiata. L’effetto complessivo fu disastroso, sia perché troppo tardi furono denunciati i limiti del progetto, falsato dalle difficoltà tecniche dell’epoca, sia perché restava irrisolvibile la causa primaria, cioè le improvvise piogge torrenziali catanesi. A quel punto l’unica soluzione rimase il collocamento di alcuni ponti in ferro nei punti più soggetti agli allagamenti, come la via Coppola e la via Rapisarda, il cui incrocio divenne “u punti” per eccellenza, finendo immortalato anche nelle vivide immagini poetiche di Nino Martoglio.

Fin qui la sbiadita memoria tramandata dagli spazii urbani, mentre giace totalmente dimenticata quella custodita dalla nostra letteratura. E così scopriamo che in un celebre codice custodito presso le nostre Biblioteche Riunite Civica e A. Ursino-Recupero, contenente una Cronaca siciliana del secolo XVI (edito a Palermo nel 1902), è narrato con dovizia di particolari uno dei primi nubifragi di cui i catanesi possano avere memoria, occorso addirittura il 2 Novembre 1557. Vale forse la pena lasciar parlare questa antica fonte per riconoscere nella sua testimonianza qualcosa di simile alle nostre recenti esperienze:

Casus successus in civitate Cathaniae aque pluvialis.
Item etiam notandum est qualiter in anno predicto indictionis 1557 de mense novembris die vero secundo mensis eiusdem, in la cità di Cathania ad hura di li quattordichi huri vel circa uno mirabili tempo di acqua et tantu forti chi quasi si vidia cadiri cum li quartari, et durao per spacio di huri quatro vel circa, et fu tanta streminata la lavina chi vinni di la banda di la strata di la Concordia fori di la cita, chi discorrendo roinao multi murammi di alcuni ecclesii chi su in dicta strada […] Da poi ruppi uno muro et l’acqua tirao verso lu chiano di sancta Maria di la Grutta, et tanto allagao chi la dicta ecclesia cum tucto lo porticato chi non pariano si non lu tecto di tucto di dicta ecclesia [?]; et dicta ecclesia cum lu catoyo di lo palacso chi è allato erano tucti chini, et la gurna era tanta china chi quasi venia girando per uno loco di lu fossato chi è appresso la porta chamata di Yaci per intrari intro la cità per dicta porta per undi si venia. Si iudicava fari grandissimo danno di casi et robi, ma di persuni non havirrà facto danno perchì fu di iorno; ma comu plachio a nostro signore Idio et a la gloriusa Nostra Donna et a sancta Agatha, nostra compatriota et advocata, l’acqua di lo celo cessao […] et nota chi la lavina chi fu in la citati chi trascurri di la Trixini verso la porta di li Canali fu tanta grandi chi misi una gran pagura a tucta la cità chi si aiuntava cum la lavina chi veni di lu planu di l’Etna et paria uno vero impetu di xumi tenebrusu. Multi potigi di la una strata et di l’altra incherosi di acqua et fuchi poco danno per esseri stato di iorno.

La “strata di la Concordia” si trovava grossomodo all’incrocio tra la via Sant’Euplio ed il viale Regina Margherita, per aprire il quale, l’anno 1882 , fu abbattuta la chiesa omonima (è rimasta, in memoria, una cappelletta privata in via S. Euplio). Invece il “chiano di sancta Maria di la Grutta” corrisponde all’attuale area del Carmine, cioè precisamente alla già nominata chiesetta di San Gaetano alle Grotte, da cui l’acqua (dopo aver invaso il catoyo o cantina d’un palazzo vicino) si era incanalata dentro la porta di Aci, collocata grossomodo all’altezza del civico 144 di via Etnea, l’angolo di Palazzo Mannino che guarda a Piazza Stesicoro. La lavina o valanga d’acqua aveva quindi percorso tutta la città attraverso le strade interne, penetrando l’attuale via Manzoni fin’oltre il piano “di la Trixini” (piazza San Nicolella), e poiché all’epoca, prima del terremoto del 1693, questa strada non era interrotta né dalla Collegiata né dal palazzo dell’Università, ma continuava fino alla Pescheria, era giunta ad infrangersi violentemente sul bastione della Porta dei Canali o di Carlo V. Impressionante la precisazione secondo cui il nubifragio era accresciuto dalla “lavina chi veni di lu planu di l’Etna“, segno che già all’epoca la città raccoglieva le acque provenienti dalla parte alta del territorio urbano, verso il tondo Gioeni e oltre.

Certo questo documento non è particolarmente d’aiuto nel risolvere il problema, ma ci conferma che non siamo soli: prima di noi i nostri antenati hanno affrontato peripezie simili alle nostre, e forse questo deve spingerci ad essere meno severi nel giudicare i nostri tempi, mentre lavoriamo per creare un futuro migliore.

Luigi Gennaro

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