(Italiano) Chiesa della Rotonda: il nulla contro la Storia.

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12170733_1197683880258668_1988914440_nAi restauri della Chiesa avevo dedicato un articolo ben prima che fossero ultimati, accessibile qui.
Ci fu un tempo in cui, da bambino (oltre 20 anni fa), venivo portato periodicamente dal nonno, tenuto stretto per la manina, tra le sale del Castello Ursino. All’epoca il monumento era in condizioni che definire pessime è poco: il pavimento in finto cotto si sgretolava sotto i piedi, le collezioni esposte si riducevano ad un pugno di reperti ammassati alla rinfusa ed i custodi, che sembravano più degli annoiati guardiani di pietre, se ne stavano appollaiati all’ingresso, sulla destra, dietro un tavolone che sembrava una cattedra scolastica. Per me la visita al Castello era una gioia immensa: ricordo un grosso mosaico tutto frammentato ed appeso al muro in cui si intravedeva un leone, testoline di marmo e terracotta che sembravano giocattoli vecchi di un paio di millenni, e poi c’erano i vasi, nerissimi e grotteschi, con quelle gorgoni alate, l’orto delle esperidi con un drago che sembrava un serpentone e, in un angolo del giardino, pure una grossa colonna quadrangolare in due pezzi che qualcuno mi raccontava essere un obelisco in pietra lavica. Su tutto quel delizioso sfacelo vigilava, nella sua opaca grandezza, il Principe Ignazio, vestito da antico romano, ed ogni volta facevo notare al nonno che l’indice della mano gli si era rotto, e qualcuno gliel’aveva riattaccato con una barretta di ferro.
Oggi se volessi portare mio nipote, figlio di mia cugina e non catanese, a rivivere quelle esperienze, non potrei. Il Castello è stato restaurato, le collezioni esposte (pur con enormi mancanze) sono aumentate, adesso i custodi hanno un bel bancone nella prima sala e addirittura si tengono mostre patrocinate da Sgarbi; purtroppo però “ai tempi miei” (in temporibus illis, davvero) i catanesi non pagavano per entrare, mentre adesso (complice un’applicazione che trovo becera della normativa comunitaria) si paga eccome, eccetto le prime domeniche del mese, ma solo ove il Ministro sia riuscito a fare applicare questo beneficium ex imperio principis. Domenica, quindi con “personale ridotto”, come qualche tempo fa mi biascicava annoiata un’impiegata regionale caffé-munita, mentre si sedeva nella guardiola del Teatro Greco-Romano: “venga un altro giorno, oggi qui, là e là non si può entrare, ma può passeggiare un po’ dove vuole. E stia attento ai gatti”. Si, perché a Catania i gatti sono mantenuti come principini nei monumenti storici, quasi fossero reincarnazioni del dio egizio Bastet, loro non pagano, ma io si.
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Fino a poco tempo fa l’ultima oasi era la Chiesa della Rotonda, che una risalente storiografia si ostinava a chiamare “terma”, mentre ormai è certo che si tratti di una grandiosa struttura bizantina. Fino alla Guerra vi si diceva Messa, chi desiderava entrava, aggratis e con pietà cristiana, in un immobile publicus quia publica est ecclesia; poi il disastro di un intervento archeologico maldestro, il pavimento sfondato, le pareti scrostate, un monumento vivo ridotto in pochi anni ad una rovina, uno stanzone che una volta aveva una funzione, ed ora è solo una grotta di pietre sconnesse.
Venne in soccorso un’associazione, che presa in carico aggratis la struttura, aggratis la faceva visitare: vi entrammo a migliaia, e molte volte. Mi sentivo di nuovo bambino, nel girovagare libero tra i frammenti della mia Storia, toccando le pietre costruite dai miei antenati, andando a sbirciare, con reverenziale timore, l’austero ritratto bizantino di San Leone il Taumaturgo, incombente da un arcone, provando ad evitare, per una sorta di filiale rispetto, d’incrociarne gli occhi, dal vago taglio orientale, come ad orientem tutta guardava la Catania bizantina, patronato d’una Santa amatissima dal nome greco.
Oggi anche la Rotonda è in migliori condizioni: è stato completato finalmente lo sventramento di un nugolo di casupole ottocentesche mezze fradice che la opprimevano a Settentrione, e ne uscirono nuove aree di frequentazione romano-bizantina, addirittura residui minimali (ma pur presenti) d’un’antichissima frequentazione preistorica. Una novità antica, un’esperienza unica che il nostro secolo ci permette di vivere… eh no, a qualcuno non va bene. Che vuole questa associazione, che fino a poco tempo fa mi permetteva di portare addirittura quattro amici alla volta a visitare quel meraviglioso monumento? Manca una carta bollata, o forse un timbro, o forse un funzionario oggi ha aperto un cassetto, e n’è uscito un codicillo del milleottocento che dice che no, queste cose non si fanno! Aprire volontariamente un monumento? E non scomodare qualche impiegato regionale, semmai proprio quello che derubò il Parco Archeologico di Catania di tutti gli incassi, e di cui non si sa se sia stato licenziato o meno, e venne trasferito lì per lì alla Biblioteca Regionale? Non pagare straordinarii? Non far pagare poi, a questi pollastri che ancora hanno voglia d’imparare qualcosa, 5, 6 euro di biglietto per vedere un muro, oltre alla faccia stanca d’un custode che mastica una gomma americana?
Caro nipote, lasciamo stare. La Chiesa della Rotonda adesso è chiusa, e speriamo lo resti, perché se devono far pagare anche là, siamo arrivati davvero alla frutta. A Palermo ci lamentammo perché, con un fiore in mano ed una prece in pro dell’anima dell’Imperatore Federico, ci fu chiesto di pagare. Pagare per omaggiare un morto! A quando 1€ per il bacio d’una reliquia? Adesso anche suo nipote, Federico l’Aragonese, è diventato suo malgrado una fonte di guadagno per il Capitolo della Cattedrale di Catania. Non possiamo conoscere la sua reazione, dal Paradiso perdonerà. Ma suo nonno, dal più puro misto di sangue normanno-teutonico, avrebbe tirato fuori la spada, ed avremmo visto i nostri amministratori scappare via come i mercanti dal Tempio.
Luigi Gennaro

(Italiano) 12 Agosto, Festa di Sant’Euplio

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Sant'Euplio ritratto da Francesco Gramignani nel 1779 (Catania, Basilica Collegiata).

Sant’Euplio ritratto da Francesco Gramignani nel 1779 (Catania, Basilica Collegiata).

Sant’Euplio, compatrono storico di Catania (tra decine di martiri ed altri santi cui da sempre si è rivolta la pietà catanese), è figura sfuggente, oggetto da secoli di speculazioni storiografiche e ammantata da quel velo di mistero che rende irreperibili dati certi su tanti personaggi del primo cristianesimo: si arriva al punto che la stessa grafia del nome, l’accentazione, addirittura il significato esatto, restano sostanzialmente impenetrabili.
La tradizione siciliana, frutto di una commistione tra documenti pseudo-storici bizantini e memorie riportate da antichi e recenti liturgisti, colloca le vicende del Martire durante l’impero di Diocleziano, esattamente nell’anno 304, in cui – tra l’altro – alcune tradizioni registrano il martirio di Santa Lucia. Gli atti più stimati dai catanesi (e trascritti da Vito Amico) provengono da un manoscritto greco dell’Archimandrato del SS. Salvatore di Messina, e vedono il giovane diacono Euplio intento a predicare il Vangelo durante la cruenta persecuzione ordinata dall’Imperatore, e metodicamente applicata da un tal governatore Pentagono (nome evidentemente di fantasia), coadiuvato dal consolare Calvisiano. Secondo questa tradizione Euplio fa parte di un gruppo di cristiani che, contravvenendo alle leggi, si rifiuta di sacrificare agli dèi pagani e, soprattutto, di consegnare i testi sacri alle autorità (divenendo così “traditores”, cioè “consegnatarii”, da cui il termine italiano attuale); casualmente viene denunziato a Calvisiano e, rifiutandosi di cedere, è rinchiuso in una cella senza vitto per sette giorni. Lì Euplio ottiene il primo miracolo: su sua preghiera dal nulla scaturisce una fonte che inonda il carcere finché il Santo, spazientito, non ordina all’acqua di fermarsi. Dopo alcuni altri vani supplizi (tra cui la tortura ai lobi delle orecchie, e gravi lesioni alla testa), Calvisiano concede l’ultima udienza pubblica, la cui descrizione ha da sempre ispirato le riflessioni e le raffigurazioni del Nostro, durante la quale il Santo provò a convertire il suo carnefice dando pubblica lettura di quei Vangeli tanto odiati. Il tentativo non sortì alcun effetto: condannato a morte, Euplio spirò per decapitazione il 12 Agosto, con appesi al collo i testi sacri che aveva provato a propagandare.

Sito della chiesa di Sant'Euplio, rasa al suolo nel 1943 durante un feroce bombardamento alleato.

Sito della chiesa di Sant’Euplio, rasa al suolo nel 1943 durante un feroce bombardamento alleato.

Questi atti messinesi, pur resi celebri dalla tradizione, contengono numerose incongruità, tra cui la comparsa, sul finale, di un gruppo di monaci che recupera il corpo del Martire, circostanza che già l’Abate Amico vedeva come più che sospetta, giacché il monachesimo ebbe il suo impulso dall’accettazione costantiniana del Cristianesimo. Ancor più fantasioso il contenuto in merito del Breviario Gallicano, in uso nella Catania normanna e fino al Concilio di Trento, secondo cui il carnefice avrebbe provato per ben sette volte a decapitare il Martire (forse riferimento ai sette doni dello Spirito Santo), riuscendovi solo quando, dopo un’orazione, l’Onnipotente vi avrebbe acconsentito; come ultimo miracolo, dal collo mozzato sarebbe infine volata una colomba bianca.
A mettere un po’ di ordine nella tradizione provò, qualche decennio fa, il Sacerdote catanese p. Rosario Mazza, sottratto ai vivi nel 1997 proprio il 12 Agosto: nelle sue Ricerche sulla tradizione intorno al martire Euplo di Catania (ed. postuma, recensita da Antonio Blandini in Agorà, a. V, n. XVI, Gennaio-Marzo 2004, pp. 63-67) venuto a conoscenza dell’editto, Euplio si consegna personalmente come cristiano, portando con sé le Scritture. Il Padre Mazza, eliminando quanto di dubbio credette di aver trovato, arrivò anche a sostenere che il Santo non fosse un diacono (ciò, a posteriori, non toglie che potesse aver ricevuto un ordine minore come il Lettorato), e che la sua cattura sia stata dovuta unicamente alla sua volontà; fatto curioso, ma tra le tendenze più o meno eterodosse dei primi secoli quella di Montano (un ex sacerdote pagano d’origine anatolica) pretendeva che il modo più semplice per raggiungere il Paradiso fosse il martirio, sicché in molti finivano con il consegnarsi con tale pretesa, facendo fine orribile. Non vi sono prove, ovviamente, che Euplio fosse montanista, ma l’ambiente culturale ed il clima devastante delle persecuzioni doveva generare facilmente reazioni del genere, né ciò toglierebbe qualcosa al suo martirio, giacché egli non rinnegò mai la sua fede.
Le vicende del corpo del Santo sono ancor più fumose: il preteso carcere, in via Sant’Euplio, è in realtà un ipogeo romano adattato a luogo di culto, mentre qualche resto archeologico di dubbia interpretazione colloca i due martiri catanesi, Agata ed Euplio, nella stessa chiesa di via Dottor Consoli, scoperta nel dopoguerra. Si ignora come, ma il corpo santo scomparve da Catania sotto la dominazione araba, per ricomparire poi, in frammenti, nella città diocesana di Trevico, in Irpinia, ov’è ancor oggi venerato, e da cui i catanesi hanno ottenuto qualche reliquia del braccio.
Storicamente sfuggente e fisicamente lontano, pure Euplio resta una figura affascinante in un’epoca – quale la nostra – in cui i valori si annacquano, l’identità culturale si fa “liquida” e mutevole, si confonde la saldezza nei principii con l’oscurantismo o, addirittura, si fanno abusivi parallelismi con criminose tendenze del nostro tempo. Dalle profondità insondabili della Storia Euplio grida ancora “Christianus sum“: fastidiosa ammonizione ad un’umanità che vive di cose, più che d’ideali.

(Italiano) Le campane di Catania: un concerto lungo 500 anni.

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Uno dei bronzi della Badia di Sant’Agata.

Oggi 19 Marzo 2016 il compositore Lloren Barber eseguirà un grandioso concerto per campane e sirene che coinvolgerà molte delle campane cittadine, religiose e civili. Le campane sono piccoli monumenti di cui spesso non conosciamo nulla, in alcuni casi hanno età superiori ai quattro secoli, e sono resistite ai più impensabili cataclismi, come il Campanone della Cattedrale che fu ripescato, nel 1693, dall’acqua del porto dov’era precipitato in séguito al crollo del colossale campanile della Cattedrale, alto oltre 90 metri. Tra tutte il Campanone ha tradizionalmente affascinato i catanesi per la bellezza del suono, favorito – si dice – dall’oro e dall’argento che i catanesi gettarono nel crogiuolo nel timore che il bronzo non bastasse, nonché per la bella intonazione (in letteratura si parla di Do naturale, ma attualmente sembra essere un Si naturale, forse non tanto per la fisiologica alterazione dell’oggetto, quanto per l’innalzamento del diapason dal 1614 in qua). Continue reading

(Italiano) La merda, l’asfalto e Edipo

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Siamo costretti a tornare a trattare fatti di cronaca, con decisione che forse turberà qualcuno, per ribadire il dovere dei catanesi di essere presenti a sé stessi.

Apprendiamo dai quotidiani catanesi della profanazione dell’altare pubblico seicentesco dedicato a Sant’Agata, nel luogo da cui le reliquie salparono verso Costantinopoli, comparso stamane del tutto imbrattato di feci. Appare superfluo e forse inopportuno commentare lo schifo che genera la notizia, e verrebbe quasi da prendere l’esempio dai napoletani, che – a fronte del preteso “declassamento” di San Gennaro – gli dedicarono un memorabile graffito: San Gennà, futtetenne! Si, probabilmente la Giustizia Divina se ne fotte, ma noi no, non possiamo e, per dirla con Pio VII, non dobbiamo fottercene, non dopo che è stata ampiamente dimostrata l’inarrestabile tendenza a demolire la nostra cultura in nome della merda, intesa nel senso figurato di escremento, quale il ciarpame indifferentista diffuso dai varii establishment politico-culturali contemporanei. Quella che è senza dubbio l’opera di uno squilibrato, probabilmente neanche catanese, su cui senz’altro si dovrà fare chiarezza nelle sedi opportune, nasconde proprio l’allarmante incapacità di difendere la nostra essenza culturale, e di riaffermarla con forza e vigore: Sant’Agata non è una figura unicamente religiosa, ma anche intrinsecamente civile, rappresenta la società catanese senza distinzione di credo fin dal III secolo, come conferma un singolare inciso presente negli atti Latini, dove leggiamo che

Tanto i Giudei, quanto anche tutti Gentili, in comunione con i Cristiani, presero a venerare il suo sepolcro. (Atti di Sant’Agata)

Oggi la situazione è talmente grave che il simbolo più caro dei catanesi è sovente ridotto a modello di arretratezza, di vecchiume, come se potesse esistere un modo di essere catanesi che prescinda dal rispetto sacrosanto per la nostra identità culturale, che su Agata ha fondato la propria aggregazione addirittura andando oltre il credo religioso; e non è un caso se, durante la processione, vengano invitati alla devozione tutti i citadini, e non i soli devoti in senso stretto, cioè coloro i quali per grazia ricevuta vestano il sacco della Santa. Piuttosto, il culto della Santa rappresenta una forma di filiale rispetto per una figura che incarna i valori positivi della comunità, il cui esempio non solo supera le barriere del tempo, ma è capace di aiutare, non solo spiritualmente, a superare le gravi problematiche del presente anche a prescindere dall’adesione al culto cristiano, che, per sua natura, necessita di ben più ampia comprensione. Agata, serva di Cristo, come imitatrice di Cristo parla indistintamente a tutti, e l’offesa rivolta alla sua immagine ci tocca tutti.

Anche per la Festa quest’anno, però, avremo a che fare con un’amministrazione comunale del tutto incapace anche solo di organizzare la pulizia delle strade ed il controllo della folla, al punto da prevedere la solita ordinanza balorda contro l’uso dei cerei devozionali, la quale verrà prontamente disattesa, come ogni anno, e provocherà comprensibili sberleffi da parte di chi, evidentemente contro ogni spirito religioso e civile, gode nel vedere soccombere l’amministrazione pubblica. Quel che conta fin’ora è che l’asfalto in Cattedrale è stato eliminato, ma i soliti noti ora protestano contro il cocciopesto costato il doppio, e un busto di marmo dorato risalente agli inizi del XVII secolo è stato imbrattato di merda. La stessa parola che, con il pittoresco vocabolario contemporaneo, avrebbe esclamato un moderno Edipo dopo essersi accorto di aver ucciso suo padre e sposato sua madre, eliminando le sue origini e profanando quel che resta: l’errore che noi tutti non dobbiamo commettere, per non essere costretti – come lui – a doverci accecare per non vedere lo schifo in cui siamo precipitati.

Luigi Gennaro

(Italiano) La bufala dell’asfalto in Cattedrale ed il click-baiting

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La piazzola asfaltata vista da Bing Maps, nella posizione in cui si trova da svariati decenni.

Il nostro sito non costituisce testata giornalistica né si interessa minimamente di cronaca, ma quale spazio virtuale di approfondimento storico-artistico è luogo adatto a discutere i problemi, anche sociali, del rapporto tra la città e i suoi monumenti.

In prossimità delle feste agatine il click-baiting su facebook si scatena: non contenti di aver già diffamato la città più volte attraverso scandali che tali non erano (di cui alcuni sfociati, a torto o a ragione, in procedimenti penali), o di aver ingigantito situazioni prive di qualsivoglia interesse, grazie ad alcuni zelanti cronisti internauti oggi abbiamo scoperto lo “scempio” dell’asfalto sul sagrato della Cattedrale di Catania. Continue reading

(Italiano) Sant’Agata: una devozione lunga quasi due millenni / 2

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Seconda puntata dagli Atti di Sant’Agata (trad. L. Gennaro).

Come abbiamo già detto, la presente traduzione non ha alcuna pretesa, se non quella di aiutare i fedeli a conoscere meglio la loro Patrona e Protettrice. Eventuali errori in buona fede sono rimessi alla tollerante benignità del lettore. Le noterelle finali vorrebbero chiarire alcuni passaggi effettivamente un po’ oscuri per il lettore moderno. La scansione seguita è quella stessa del Consoli, che non tiene in conto la distinzione in capitoli.

In questa puntata assistiamo al primo interrogatorio della Santa. Quinziano la fa condurre in secretarium suum, cioè, verrebbe da dire, nel suo studio, ma con un’accezione diversa da come lo intendiamo oggi. Non era possibile compiere certi atti con il concorso del popolo, ed ancora oggi i giudici, in alcuni casi, operano a porte chiuse; a maggior ragione quando l’imputata, come in questo caso, risponde con violenza alle accuse del giudice, al punto da essere richiamata ripetutamente all’ordine, e poi schiaffeggiata. Tra tutte le martiri antiche, Sant’Agata è quella che dimostra più carattere, anzi, in assoluto il carattere più definito. D’altro canto come non notare i tentativi di far ravvedere Quinziano, per condurlo sulla retta via? Continue reading

(Italiano) Parlando di Agata /1 – Sant’Alfonso de’ Liguori

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Sant’Alfonso M. de’ Liguori (1696-1787)

Inauguriamo una nuova serie di articoli in vista della Festa di Sant’Agata, in cui presenteremo alcune testimonianze storiche sul culto della Patrona di Catania. Oggi proponiamo una memoria sul suo martirio riassunta da Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787), Dottore della Chiesa, fondatore della Congregazione del Redentore e Vescovo di Sant’Agata de’ Goti (BN), uno dei maggiori teologi del ‘700, ma anche scrittore prolifico e autore di composizioni famosissime come Tu scendi dalle stelle, probabilmente la canzone popolare più antica che sia ancora eseguita correntemente. L’operetta da cui è tratto il passo che segue, Vittorie dei martiri, ovvero le vite dei più celebri martiri della Chiesa (Napoli 1775), non ha nessuna velleità storica, a differenza di altre composte dal Santo, e fu composta quando egli, ormai anziano, già da tempo domandava al Pontefice di potersi ritirare a vita privata per via delle numerose malattie che lo affliggevano. Il suo valore meramente devozionale, dovuto probabilmente alla dettatura più o meno frettolosa del testo, se da un lato è causa di una certa confusione (ad es. fa credere al lettore che gli Atti di Sant’Agata pubblicati dai Bollandisti non siano veri atti, ma solo memorie, così come Sant’Euplio è segnalato quale cittadino di “Catanea“), dall’altro è segno genuino di una devozione vivissima anche fuori di Sicilia, addirittura in una diocesi, come quella di Sant’Agata de’ Goti, ben distante dall’Isola. Continue reading

(Italiano) Sant’Agata: una devozione lunga quasi due millenni / 1

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FullSizeRenderSi avvicina la grande festa di Febbraio, ed in attesa di poter condividere on-line i momenti salienti della colossale processione, vogliamo rendere un omaggio particolare alla Santa: pubblicheremo tutto il testo degli Atti di Sant’Agata, in duplice traduzione, italiana e (caso fin’ora apparentemente unico, almeno sulla rete) siciliana. Il nostro vuole essere non solo un contributo di devozione alla Santa, ma anche un modo per partecipare all’invito del S. Padre Francesco, che così ci ha ricordato:

La fede ci apre il cammino e accompagna i nostri passi nella storia. È per questo che, se vogliamo capire che cosa è la fede, dobbiamo raccontare il suo percorso, la via degli uomini credenti. (Lumen Fidei, 8).

Sant’Agata era una donna fortemente e genuinamente credente, e la sua voce emerge con forza dagli Atti, tramandati da tempo immemorabile in una bella redazione latina, da sempre considerata degna di fede dalla Chiesa (pur con tutti i suoi limiti) e superiore alle fantasiose versioni greche diffuse in epoca bizantina, al punto che il suo contenuto è talora precipitato nella stessa liturgia del giorno agatino per eccellenza, il 5 Febbraio. Continue reading

(Italiano) I misteri di Santa Maria della Rotonda

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Chiesa della Rotonda – Ingresso.

Un ringraziamento ai sigg. M.° Salvo Domina e Marcello Maugeri per aver concesso l’uso di due immagini presenti nell’articolo (v. didascalie).

La chiesa della Rotonda, da metà Settecento ribattezzata Terme della Rotonda (benché per oltre un millennio ben altra sia stata la sua destinazione d’uso), è probabilmente il monumento più intrigante di Catania, e senza dubbio la sintesi di tutto il processo evolutivo della città, dall’epoca Romano-Imperiale ai bombardamenti della II Guerra Mondiale, da cui scampò miracolosamente. Attualmente la struttura è oggetto di imponenti lavori di scavo e restauro, operazioni che culmineranno – a fine 2015 – con la possibilità di poter leggere le relazioni di nuovi studii sulla sua struttura originale; in attesa di tali attesissimi sviluppi, non è fuori luogo fare il punto della situazione, benché in maniera molto approssimativa, riguardo quel che della Rotonda già si conosce e si apprezza.

Attualmente la chiesetta si presenta con forma sostanzialmente squadrata esternamente, e circolare internamente. Le condizioni non sono buone sia per la vetustà delle murature che per maldestri restauri “recuperativi” operati nell’immediato dopoguerra, quando fu sbancata l’area antistante già occupata dalla chiesa della Cava, letteralmente disintegrata dai bombardamenti alleati. Quel che si vede è, in breve, una sorta di collage incomprensibile e fascinoso di frammenti provenienti da epoche diverse: l’esterno apparentemente d’età imperiale, come le aree circostanti, racchiude un interno che sembra esser stato almeno rimaneggiato (se non del tutto ricostruito) in età bizantina, periodo cui appartengono anche alcuni frammenti di affresco; il resto è frutto di aggiunte posteriori: una merlatura normanna fa il paio con una porta ad ogiva (che potrebbe benissimo essere anche araba, per quanto se ne sappia, ma per alcuni è duecentesca), l’ingresso ed alcuni affreschi risalgono ad epoca successiva (rinascimentale e barocca), alcuni brandelli sono forse più vecchi di circa tre secoli, ed un’aggiunta moderna è costituita da piccole piattaforme ed opere di contenimento che rendono oggi più fruibile la struttura. Continue reading

(Italiano) Il giorno in cui perdemmo il mare: aspirazioni per la Marina di domani.

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Il porto di Catania nel 1860 (Levy-Nerenstein, part.). La porta del Porticello, vicino palazzo Biscari, fu demolita silenziosamente in quegli anni; alcuni frammenti si trovano al Castello Ursino.

Un riconoscimento particolare merita la pagina Facebook Catania sparita,  

da cui provengono le bellissime immagini storiche presenti in questo articolo.

Inauguriamo oggi una nuova sezione di Markaliotru.it, dedicata all’urbanistica. Ovviamente non siamo architetti, né possiamo credere di aver voce in capitolo riguardo gravi problemi di riorganizzazione dello spazio urbano. Però la questione – tutt’altro che piacevole – della mobilitazione popolare contro i folli abbattimenti previsti dal raddoppio degli archi della marina ha da un lato dimostrato la necessità di dare spazio alle proposte della popolazione, e dall’altro di dover ripensare certe folli scelte del passato. Certamente non pretendiamo di tracciare quadri storici completi, né di offrire proposte in toto ragionevoli; ma se – anche con la scusa delle valutazioni dell’impatto economico delle proposte – ci priviamo del diritto a sognare, quel che perdiamo è lo stesso diritto al futuro. Continue reading